lunedì 26 ottobre 2026

Week end lungo a Los Angeles

 Non male partire venerdì, arrivare sabato, lavorare il giorno stesso e la domenica per poi reimbarcarmi per l'europa domenica sera. Un bel massacro, seppur ora, stanco, stanchissimo, sia più che soddisfatto del lavoro svolto e dell'impatto dell'intervento sui circa cento allenatori incontrati (97 per essere esatti).

Ma la cosa che in assoluto mi ha colpito di più di questa città è stata...il degrado assoluto. Madonnina, sono andato a correre in due occasioni partendo dall'hotel, sito in downtown e se non avessi saputo di trovarmi nella città degli angeli avrei pensato di essere in un qualsiasi paese del centro america, un po' in abbandono, sopraffatto dalla droga, dai malaffari e per nulla sicuro. Oggi in particolare penso di aver corso una delle peggiori corse della mia vita, della mia esperienza; non per i ritmi, per la qualità della corsa, ma per l'ambiente, il posto dove davo fondo alle mie energie. Uscito dalla zona dei grattacieli, ma nemmeno di troppo, eccomi...a Managua, o a Tegucigalpa, comunque non a Los Angeles, per lo meno per come ce la immaginiamo, per come me la ricordavo. Odore di marijuana costante, puzza di piscio che ti accompagna costantemente e si mischia col suddetto odore, per non parlare di quello della due, come la chiama Maggie, che ogni cento metri ti invade. E poi disperati ad ogni angolo. Ma davvero ad ogni angolo! Costantemente, su tutti i marciapiedi chi sdraiato per terra, chi accasciato con posture a dir poco assurde (stamane abbiamo incrociato una ragazza con la testa appoggiata ad un bidone di quelli della raccolta degli indumenti usati, le braccia a penzoloni e la gamba destro mezza flessa, incrociata davanti alla sinistra, che rimaneva in appoggio sul piede sinistro completamente pronato! Una sfida a Newton), chi intento a urlare contro non si sa quale demone nella sua testa...l'inferno. Davvero, non sto esagerando: una situazione spaventosa, soprattutto se ci si ferma un secondo e si pensa che questo posto ci viene spacciato, per rimanere in tema, come il modello del mondo. Mica male. Che posto di m..da. 

Ma la cosa peggiore di questo week end è stato per me il frontale che ho fatto con l'assurda realtà che provano a vivere i più, su questi campi del mondo: sicuramente mi sbaglio, sicuramente non è così, ma l'impressione che ho avuto ancora una volta calpestando il suolo a stelle e strisce, questa volta molto più viva questa sensazione rispetto alle altre mie esperienze da queste parti, è che sia tutto finto. Tutto costruito ad arte...ma nemmeno troppo ad arte. Un po' raffazzonato, buttato li, senza cura, attenzione, giusto per apparire, ma senza nemmeno prestar troppa attenzione. Queste macchine giganti, queste case immense (alla fine sono a los angeles e ieri abbiamo fatto un giro a beverly hills e abbiamo cenato a Santa Monica), questi infiniti grattacielo...mi sembra tutto finto, tutto costruito per inseguire un immagine, un ideale irreale, impossibile e inutile, a mio modo di pensare, e soprattutto tutto orientato, tutto guidato dal dio denaro. Cazzo, la gente non parla d'altro! A me piace molto parlare coi tassisti quando sono in giro: chiedere loro come vivono, dove vivono, le loro impressioni sullo stato delle cose, e qui, oltre al fatto che son tutti non americani (un etiope, un iraniano, un armeno, un brasiliano...), tutti mi han parlato di soldi, della necessità di trovare il business giusto per "svoltare" e trovarsi lo spazio in questa società, dove tutto gira intorno al dollaro. "you are in the capital of capitalism" mi ha ripetuto più volte l'etiope. "ma stanno bombardando il tuo paese", ho provato a dire al persiano. "ma io son qui a fare soldi", mi ha risposto lui, spiegandomi che paga 3000 dollari al mese (si, al mese) per un appartamento con due camera, una sala e un bagno, dove vive con moglie e due figli a venice beach. 

Insomma, una società pessima, quella che ho nuovamente incontrato nel corso del mio pellegrinaggio, ulteriormente peggiorata rispetto all'ultima volta (febbraio 2026, mica cent'anni fa). Unica nota positiva...il campo. Due giorni super intensi, senza sosta, massacranti, ma che mi hanno lasciato ottime sensazioni e una grande soddisfazione: tutti e 97 gli allenatori incontrati hanno concluso la giornata di oggi soddisfatti, col sorriso, volendo ringraziarci per ciò che abbiamo condiviso e per le modalità di condivisione. O anche loro erano finti?

martedì 15 settembre 2026

Football for schools in Islamabad

IL LANCIO UFFICIALE


In tutti questi anni in FIFA (ormai son sei anni che vesto questa maglia) l’evento finale, il lancio ufficiale del progetto in Pakistan è stato senza dubbio il più sentito, il più ricco di eventi, di personalità dello sport e della politica locale e anche il più frequentato da giornalisti da tutto il Paese. A partire dal presidente della federazione, passando per il rappresentante del primo ministro e altri mille “personaggi” facenti parte della federazione e del governo. Insomma, quei bei casini che tanto mi piacciono…Ad ogni modo è stato bello riuscire a dare il giusto peso, il giusto spazio ai 56 allenatori provenienti da tutto il Pakistan che son stati con noi questa settimana, e provare così a fare in modo che possano essere realmente sostenuti, guidati, nel loro percorso di diffusione del metodo di allenamento con loro condiviso in questi giorni. Perché tante volte mi son chiesto, alla fine del corso: “bene, e adesso?”. Di diversi paesi ho perso le tracce, non so come stiano proseguendo, come stiano lavorando. Il fatto che ad oggi siano 153 i paesi coinvolti certo non semplifica le cose, considerando che siamo in tre a lavorare e solo io sono allenatore in senso stretto, ma da anni dico che dobbiamo trovare un modo ufficiale per seguirli, per accompagnarli. Con alcuni dt mi sento, organizziamo corsi on line per rinfrescare la memoria dei nostri master trainers, ma gli altri? Chissà che cacchio stanno facendo in eswatini da quando siamo partiti? E in Lesotho? Mah. Ecco perché un mezzo che potrebbe aiutare è il coinvolgere, responsabilizzare davanti a televisioni, politici, giornalisti, i vari partecipanti, federazione e ministero dell’istruzione, sottolineando l’importanza del loro lavoro, la necessità di averli attivi e presenti al fianco degli allenatori formati. O almeno lo spero…
Qualunque sia il futuro, spero roseo, del calcio in Pakistan, voglio fissare nella mia memoria il coinvolgimento, la partecipazione, la grande attenzione e volontà di tutti i partecipanti a ciò che abbiamo loro proposto, a ciò che abbiamo condiviso. Veramente bello, stimolante. Di fronte a tutti questi occhi rapiti dalle mie parole mi son sentito gratificato, spinto a far qualcosa in più, a dedicare loro ancora più energie, pensando sempre a come “chi ha il pane non ha i denti”. Qui son sdentati tutti, eppure assaltano ferocemente ogni tozzo di pane che viene loro gettato, in particolare ora, dopo anni di assoluta assenza di corsi di formazioni, di eventi calcistici di ogni qualsivoglia forma. Insomma, un’altra particolare, straordinaria esperienza mi metto in saccocia.

lunedì 14 settembre 2026

UN PICCOLO ASSAGGIO

Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti” e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di…………….., forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione, dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura, non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries” (turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti” e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di…………….., forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione, dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura, non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries” (turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.

sabato 12 settembre 2026

Pakistan

 Silvia prima che partissi mi ha detto che mi immaginava come Lilli Gruber ogni volta che associava il mio viaggio alla capitale del Pakistan, Islamabad. Non so dire perché, ma anche nella mia mente salta subito alla mente l'immagine della giornalista di la7 pensandomi in questo lato di mondo e ancora una volta penso che se al me 18enne avessero detto che un giorno mi sarei ritrovato in questo posto, avrei preso il mio interlocutore come un povero pazzo. Invece...invece eccomi qui, in questo posto che tutti, , per lo meno nella mia cerchia di persone, me compreso, immaginano come polveroso, decadente, chiuso e ostile all'occidentale e che si presenta, fin dal mio atterraggio, l'esatto contrario. Tutte le persone incontrate hanno avuto per me grande cura, attenzione, gesti di accoglienza che stupidamente non mi aspettavo. L'esempio più bello è quello di un uomo incrociato per strada durante la mia corsa di esplorazione del primo giorno, vedendomi perso (stavo cercando un parco vicino all'hotel ove far girare le gambe, ma più che strade, camion, moto non riuscivo a trovare), senza che chiedessi nulla (e quando mai) e comprendendo perfettamente quale fosse il mio obiettivo, in un inglese stentato, ma efficace, mi ha assistito indicandomi un parco poco distante da dove mi stavo dirigendo. Parco...se penso a dove corro normalmente il sostantivo mi suona alquanto inadeguato, considerando che il perimetro era di 400 mt, ma piutost che nigot. E dentro di me, mentre sorridendo ringraziavo il signore barbuto, in abito tradizionale, pensavo alla stessa situazione, ma ribaltata, ossia lui perso a milano e la possibile reazione della gente intorno a lui: non riesco a  immaginarmi altro se non indifferenza, diffidenza, assoluta assenza di umanità. Ma forse esagero. In ogni caso qui mi son sentito accolto e soprattutto al sicuro, mai in una situazione di pericolo. E la città è anche meno caotica di quanto immaginassi e verde, estremamente verde: piena di parchi, con le montagne alle spalle che incombono, ben lontana dall'immagine distorta che avevo. Certo, tutti quelli con cui ho parlato mi han detto che Islamabad non rappresenta bene il Pakistan: troppo ordinata e pulita, posh è stato il termine più utilizzato per descriverla e per differenziarla da Lahore o da qualsiasi altra città del Paese, descritte come più pure, autentiche e con segni della tradizione, della storia di questo immenso e popolosissimo lato di mondo. Non sapevo neanche questa cosa: il Pakistan è il quinto paese più popolato al mondo, con oltre il 60% della popolazione di età inferiore ai 20 anni, età media della popolazione 21 anni! E si parla di circa duecento sessanta milioni di persone totale, quindi un buon 130 milioni di persone sotto i vent'anni. Un numero incredibile. E per questo il presidente della federazione calcio ci parlava di una occasione unica da cogliere per loro il lancio del progetto; un'occasione unica per lanciare ufficialmente il calcio "regolamentato", dopo dieci anni di sospensione da parte della FIFA e quindi dieci anni di immobilismo, dieci anni senza nessuna possibilità di far qualcosa in forma ufficiale, senza corsi, senza fondi, senza assistenza. Eppure il calcio funziona, è lo sport più praticato dai giovani, anche se non "ufficialmente", ossia circoscritto alla strada, senza alcuna regolamentazione, alcun torneo, non esiste nemmeno la lega, il campionato locale. Tutto è lasciato all'improvvisazione, all'iniziativa delle singole entità regionali, che organizzano in maniera autonoma, oserei dire privata, tornei, competizioni localmente, ma senza registrare alcun giocatore, senza tener traccia di nulla. Per cui, conti alla mano, il calcio non esiste in Pakistan; il cricket regna sovrano, stando ai dati, alle statistiche. Ma girando per la città ti accorgi che la realtà è differente. Siamo stati invitati a vedere una partita che poteva essere un Ascot Triante- Oratorio di San Giuseppe se consideriamo il livello tecnico, qualitativo delle squadre, ma allo "stadio" intorno a noi c'era tantissima gente, c'erano i raccattapalle, la zona "vip" (un palchetto instabile dove ci hanno offerto dei biscotti secchi del supermarket vicino) e soprattutto un sacco di bambini intorno che giocavano a loro volta, che calciavano quella palla con la maglia dell'arsenal, del liverpool (le due più presenti) o del real e del barca (ahimè l'Italia non è più presente in giro per il mondo. Sempre più raro vedere bambini con la maglia di qualche squadra italiana). Insomma, un ambiente bellissimo, per quanto lo spettacolo non fosse proprio coinvolgente. E la stessa passione, la stessa fame di calcio, l'ho ritrovata quando a nostra volta son sceso in campo, prima con gli allenatori, poi con più di 120 bambini: livello non solo tecnico, ma motorio in generale bassissimo, ma una "gana" che avrei voluto rubar loro per instillarla in qualche presunto talentuoso ragazzotto del settore giovanile, con tutto e anche qualche cosa in più a sua disposizione, ma privo di fuoco passionale, di amore per quello che fa sul rettangolo verde. Una rabbia mi assale se penso a quanto tutto ciò che gira intorno al movimento calcistico giovanile abbia ormai annientato la passione, l'amore per il calcio nei ragazzi. E che invece qui è vivo e vegeto

sabato 18 aprile 2026

Da est a ovest

 Penso che nessuno mai abbia fatto il nostro stesso itinerario: Ashgabat- Istanbul - Amsterdam e infine Curacao. Tutto in un colpo, in 22 ore di aereo. Ma nemmeno Vasco da Gama...Da un mondo a un altro in una giornata. Dalla città bianca, monocolore, alle case tipiche dell'isola caraibica, tipiche nella forma, con la struttura olandese, e di diversi colori pastello: dal giallo al viola, dal verde all'azzurro, dal rosso al rosa. Un'esplosione di colori, in netto contrasto con la città dove mi trovavo...ieri. 
A ben vedere non son solo i colori a evidenziarmi le differenze tra i due campi del mondo: l'isola dove ora mi trovo ha una storia intensa, seppur circoscritta all'epoca coloniale, al periodo della schiavitù e dei domini europei in questo lato di mondo (consiglio sempre "il mare d'oro" per approfondire questo momento storico); contesa da spagnoli, francesi e poi olandesi, tutt'ora "possessori" di questo piccolo paradiso posto di fronte al Venezuela, i vari invasori che hanno sottomesso la popolazione indigena, hanno reso multiculturale il paese, dove ora la gente parla olandese, inglese, spagnolo e papiamento, la lingua locale. Un misto di portoghese (chissà perché), spagnolo, con qualche parola inglese: bellissima da ascoltare, abbastanza semplice da comprendere e coinvolgente da udire, con la sua cantilena portoghese e le sue note latine. 

Ma le differenze non si fermano qui: i nostri allenatori qui sono un gran misto, non più tutti figli della "grande madre russia", inquadrati e poco flessibili, inclini al cambiamento. Qui abbiamo olandesi, giovani fiamminghi, cubani emigrati, colombiani e qualche autentico local. Insomma, un divertente mix per il quale non sei mai sufficientemente preparato, per quanto provi sempre a studiare il paese in anticipo, che però stimola sempre in me nuove strategie di adattamento, per rendere il contenuto del corso il più possibile "comprensibile" a tutti, a prescindere dal back ground culturale. E la cosa, soprattutto in zona caraibica, è sempre anche abbastanza semplice da mettere in campo: la gente è tranquilla, serena, pacata, a loro volta disposte ad adattarsi, ad adeguarsi, a mettersi a disposizione, incline, con calma, con estrema calma, a venirti incontro. Quindi si ride, ci si prende in giro, in aula si crea un clima disteso, allegro, seppur mantenendo tutti sul pezzo, sentendo il loro coinvolgimento, la loro volontà di apprendere, di conoscere, di migliorare. Volontà che ha avuto una grande spinta dalla qualificazione della nazionale al mondiale (si, curacao andrà al mondiale e noi no...), che ha portato ora il calcio al centro degli interessi della nazione, che ha portato tutti gli allenatori, gli educatori dell'isola a cercare, volere, inseguire nuove opportunità formative, per contribuire alla crescita del movimento calcistico. Insomma, un bellissimo ambiente sia umano che lavorativo. Ma, onestamente, son poche, pochissime, le esperienze negative in questi anni di pellegrinaggio calcistico. Solo in Italia abbiamo rotture di coglioni quotidiane...e nemmeno andiamo al Mondiale!

giovedì 16 aprile 2026

Turkemistan

Ashgabat, la città bianca
…o la città del marmo, essendo per decreto costruita tutta di marmo bianco: tutti gli edifici della città, infatti, devono essere per lo meno ricoperti di marmo bianco, così come tutte le innumerevoli statue, gli onnipresenti e giganteschi monumenti, gli stadi, addirittura le fermate del bus (tutte chiuse e con aria condizionata…) e i sottopassaggi pedonali, o stradali che siano.
O la città bianca, un po’ per via del decreto di cui sopra, un po’ perché tutti i mezzi di trasporto della città devono essere bianchi. Nessuno spazio per irragionevoli auto rosse, o nere. Il massimo consentito, ma solo negli ultimi anni, è un trasgressivissimo grigio chiarissimo, fratello stretto del bianco, che appare su qualche, sporadica e ribelle, auto della città.
O la città dei record, perché da queste parti si fanno le cose in grande, grandissimo e se non si compare sul libro dei guinness non si conta nulla. E così abbiamo viso la bandiera più grande del mondo, il monumento rappresentante una stella più grande al mondo, la cupola della Moschea più grande, ca va sans dire, dell’intero pianeta. E cos’altro? Ah si, il monumento equestre più grande del pianeta. Perché anche coi cavalli qui hanno una speciale fissa: ovunque statue, marmi (e cos’altro), quadri, siepi, che rappresentano l’amico equino. Lo stadio nazionale olimpico è sormontato da un’enorme (indovina? Geniale, si: la più grande al mondo) statua rappresentante il muso di un cavallo. Ma enorme davvero! Lo stadio è qualcosa di incredibile. Marmo come negli antichi palazzi romani e questa enorme testa che sormonta il tutto: impressionante.
O anche la città del mangiare! Perché in tre giorni tra pranzi e cene ho mangiato come se fosse sempre Natale. Bene, per carità, sempre benissimo, loro gentilissimi e super ospitali, super amichevoli, ma un po’ ossessionati dal cibo e dall’ospitalità. Mi è successo spesso in questa zona del mondo: anche in Uzbekistan, in Tajikistan, in Kyrgjizistan, insomma un po’ in tutti gli stan stati: gentili a tal punto da rompere il cazzo. Ti rapiscono, non sei libero di decidere di farti gli affari tuoi un’ora, e tutte le volte una guerra per ritagliarmi il tempo per correre, per allenarmi. Perché se rifiuti una loro offerta, proposta, è come se gli mancassi di rispetto, ci rimangono malissimo e tutte le volte faccio grande fatica a dribblare le loro proposte. Questa volta, l’ultima sera, mi sono imposto: grazie ragazzi, tutto bellissimo, ma questa notte abbiamo l’aereo per curacao e io voglio prima correre per bene e poi farmi lo zaino e lavorare dignitosamente, senza dover far tutto di corsa per andare a mangiare. Mi spiace, ma io salto. Un po’ tristemente e dopo vari tentativi di mediazioni, mi hanno lasciato fare, ma non è stato semplice.
Ora sono in aereo, da questa mattina alle 3…ho le chiappe quadrate, ma conto di sopravvivere ancora per le prossime cinque ore di calvario, prima di toccar terra in curacao e aprire un nuovo capitolo, completamente diverso, in una zona del mondo non solo sita dall’altra parte della sfera terrestre, ma anche culturalmente su “un altro pianeta”, seppur unita, come tutto il resto del mondo, dalla stessa, sfrenata passione per quell’oggetto magico di cuoio che rotola e che tutti noi ci divertiamo a colpire, chi con sapienza, chi grezzamente, da quando siamo nati. Vediamo qui come lo trattano: speriamo un po’ meglio dei Turkmeni…

venerdì 13 marzo 2026

USA, Giappone, saltando Cipro...per ovvi motivi

  Se al me sedicenne avessero detto che un giorno, da grande, mi sarei trovato a Tokyo, in un locale...local al 100%, da solo, per mangiare cose scelte per via delle fotografie mostrate da una cameriera che non solo non parla inglese, ma nemmeno nessuna altra lingua presente su questo globo, se non il giapponese (per me un po' ostico...), non solo non ci avrei creduto, ma avrei messo in dubbio la possibile realizzazione di un tale, assurdo, scenario. Se in più avessero aggiunto che esattamente sei giorni prima, sarei stato a Orlando, Florida, per un congresso con 80 allenatori statunitensi, proveniendo da precedenti congressi in new mexico e Georgia...be', avrei riso fortemente. No way. Ho anche paura dell'aereo. Come cazzo vuoi che voli dalla mia bella Monza, verso quei posti sconosciuti? Naaa, no way. E infatti... eccomi qui. Dopo una incredibile 10 giorni negli states, in tre stati, con circa 240 allenatori coinvolti, 10 giorni intensissimi, ma allo stesso tempo bellissimi, di grande crescita e confronto e che hanno confermato in me alcuni pensieri circa il soccer in questo lato del mondo (ossia che non prenderà mai piede definitivamente. A loro piace lo show, l'intrattenimento. Il calcio non è intrattenimento. è bello, bellissimo, ma richiede un minimo di attenzione, di partecipazione, di coinvolgimento. Nel paese a stelle e strisce gli sport sono il contorno agli spettacoli, agli show, che arricchiscono, o riempiono, ogni attimo di pausa, ogni momento in cui i giocatori non sono direttamente coinvolti. E il calcio non è così. A fine primo tempo, allo stadio, mi alzo in piedi, e come me tutti gli altri, e parlo dell'andamento della gara con mio fratello, da sempre presenza fissa con me allo stadio, o con altre persone, a volte anche sconosciute, vicine di posto, ma non mi metto a seguire la mascotte che lancia le magliette, le cheerleaders che ballano e fanno numeri da circo, o i gruppi di suonatori di tamburo. Così come non mi alzo in piedi durante la partita per andare a prendermi un hot dog, perdendomi 10/15 minuti di gara, per un salsicciotto fosforescente e patatine iper salate. Ma qui è così, questa è l'idea di sport allo stadio e il soccer non si presta a questo modellamento...forse. money talks, cantavano gli in.si.dia), eccomi ora a Tokyo, inaspettatamente, per tre giorni pieni, pienissimi. Inaspettatamente perché non avrei dovuto esserci, avevo declinato, per stare, dopo dieci giorni, concentrato sulle altre mie attività, ma un problema all'altro allenatore mi ha catapultato dall'altra parte del globo per una missione super concentrata. Partenza dall'Italia la mattina del mercoledì, arrivo con volo diretto a toky il giovedì mattina, delegato della federazione in aeroporto, trasferimento al centro tecnico, tra l'altro bellissimo, seppur molto semplice, umile, senza grossi proclami (se si pensa che nel campo accanto al "mio" un asilo vicino stava facendo la sua ora di motoria. Immaginatevelo a Coverciano uno scenario simile...), giornata piena fino alle 17 circa, trasferimento, finalmente, in hotel, corsetta sul lungo mare, e cena solitaria, con riflessioni che hanno aperto questo diario. Insomma, non un minuto perso. Ora svengo nel letto, perché domani il programma sarà lo stesso, aeroporto escluso 

venerdì 31 ottobre 2025

Venezuela 2025

 A volte ritornano...Nemmeno ricordo da quanto tempo non scrivo su questo blog. Che pirla che sono. perché mi convinco attraverso mille scuse di non aver tempo, di non aver nulla da scrivere (forse questa cosa è vera), di non aver voglia, ma poi mi rendo conto di aver perso un'altra occasione, di aver perso un altro momento che potevo fermare su questo foglio virtuale, perché se penso di poterlo affidare alla sola mia memoria...

Va be', adesso ci sono, ho riaperto queste pagine. Dall'ultima volta son trascorsi non so quanti altri viaggi e non so quanti altri bambini allenati e allenatori incontrati. E dall'ultima volta non so nemmeno più quante cose nella mia vita son cambiate, perché da quando ho lasciato inter le novità, fin qui per lo più positive, si sono susseguite a ritmo vertiginoso. L'ultima è sicuramente il mio nuovo incarico al calcio monza, ma...non è questo il momento. Ora vorrei tornare qui, dove mi trovo ora, a Caracas, per provare a fissare le emozioni di questi giorni. 

Dopo 7, forse 8 anni torno nella capitale venezuelana, questa volta con un altro marchio addosso, ma sempre con lo stesso entusiasmo, la stessa curiosità, e il paese, le persone, mi ricambiano come sempre han fatto: carinissime, aperte, gentili e super accoglienti. I 60 allenatori della federazione, nonostante il mio itagnolo, han dimostrato giorno dopo giorno di comprendere e soprattutto apprezzare ciò che sto condividendo con loro e oggi, durante il festival, è stato bello vederli sul campo muoversi con destrezza e guidare con capacità i vari gruppi di bambini che mettevo loro a disposizione. Hanno una sensibilità "cubana" verso l'educazione, verso l'insegnamento, per cui viene loro abbastanza naturale entrare in sintonia coi bambini e guidarli con sensibilità nel corso della seduta. Dico sensibilità cubana, perché vedo in loro tante affinità con gli allenatori dell'isola caraibica, dal modo di rapportarsi con i giocatori, all'amore per la parola (la lotta più difficile da vincere, qui e a cuba, è proprio fare in modo che durante la seduta riducano al massimo i tempi di "discussione"), dall'inclinazione alla battuta, alla risata, alla preparazione di alto livello per quanto riguarda lo sport...per lo meno teoricamente. Si perchè poi in campo han lasciato piuttosto a desiderare, quando li ho coinvolti come "bambini" nel corso della formazione, ma gli interventi, le domande, anche le riflessioni, si son rivelate sempre intelligenti, pertinenti e puntuali. Esattamente come mi è sempre successo a Cuba, esattamente come mi è sempre successo da queste parti quando capitavo con Inter campus. 

E il caso ha voluto che oggi per la giornata finale la federazione venezuelana di calcio abbia deciso di portarci nel municipio sucre, nel barrio del Petare, esattamente lo stesso barrio dove giocavo ai tempi neroazzurri. Un caso, ma come diceva dylan dog, le casualità non avvengono mai per caso: mi piace credere che ci sia un master of puppets che ci lanci dei segnali, che non sempre siamo in grado di cogliere, per farci vedere, capire, che tutto è scritto, segnato, governato. Noi possiamo cogliere questi segnali e leggere il disegno più grande che c'è sopra di noi, per noi, oppure ignorare il tutto e procedere come se nulla sia. In fin dei conti non è che mi cambi la vita allenare ancora al petare, piuttosto che in un altro municipio, ma mi piace credere che non sia stato un caso. E anche "l'intorno" richiamava in me le esperienze passate: le case che circondano il campo, la gente che entra e esce, la musica, la confusione...ordinata. è stato bello, è stato divertente. Ora però mi domando perché non ho voluto chiamare, sentire, i miei vecchi compagni di avventura di caracas, mario berdugo su tutti. Ho il suo numero, potevo coinvolgerlo, ma a differenze degli altri paesi inter campus dove son tornato con fifa, non ho voluto sentirli, chiamarli, coinvolgerli. Non so spiegarmi il perché, ma ogni volta che mi son messo a scrivere un messaggio a Mario...poi l'ho cancellato. E ora non so dire "peccato" oppure "hai fatto bene". Al momento solo: è andata così. Ci penserò...

martedì 11 marzo 2025

Barefoot...ball

 Era da un po' che non vedevo così tanti piedi nudi sul campo, intenti a calciare, dominare, inseguire la magica sfera di cuoio. L'ultimo ricordo che mi viene in mente in tal senso risale alle seychelles, quindi...orca, non ricordo. Direi marzo 2022 ma forse mi sbaglio. Poi, chi più, chi meno, i bambini allenati e coinvolti nel mega, classico, torneo finale erano quasi sempre forniti di scarpe. Qui a Sao Tome, invece, sono più quelli senza, di quelli con. E quando qualcuno indossa addirittura quelle da calcio, le divide col fratello. Davvero, non sto scherzando: Adlaberto, bimbetto di 9 anni, indossa solo la scarpa destra da calcio, il piede sinistro rimane scoperto, solo con la calza. Inizialmente non riesco bene a capire, tra me penso anche che sia scomodo, poco funzionale, poi durante un esercizio il mio occhio cade sulla stessa scarpa, ma sinistra, ai piedi di un altro bimbo, Joao, 11 enne. Metto insieme i pezzi: la scarpa è la stessa, se la sono divisa. Per conferma chiedo al mio quasi omonimo, che conferma. Lui è destro, il fratello è mancino, la scarpa è grande per entrambi, ma...chi se ne frega! è una "splendida" nike tiempo blu, col baffo bianco, coi tacchetti e la linguetta col velcro in punta, per fissarla sul collo del piede. Un po' usata, a mio avviso, ma pur sempre una scarpa vera. 
In un altro caso, invece, la scarpa viene tolta, salvaguardata: è troppo bella per essere usata, per prendere a calcio un pallone e magari rovinarla. E così prima dell'inizio dell'esercitazione il bimbo di fronte a me se la toglie e la lascia fuori dal campo di gioco. Anche in questo caso la mia limitata mente non mi permette di capire bene il perché del gesto, ma in seguito, questa volta senza dover ricorrere alla domanda diretta al bambino, riesco a unire i puntini e capire. Per lo meno, però, i protagonisti di queste due storielle avevano le calze, che almeno un po' proteggevano il piede dal bollore del terreno sintetico e soprattutto da quei maledetti pallini neri che colonizzano ogni centimetro quadrato di questo vecchio, vecchissimo stadio nazionale 12 de julho. Ma le bimbe no! Nessuna delle bimbe in campo con noi oggi indossa scarpe, ma cacchio, nemmeno le calze! Che male. Infatti ogni pausa, ogni momento disponibile, eccole correre a versarsi dell'acqua, la poca acqua a disposizione, sui piedi in fiamme e sofferenti. Madonnina che stoiche. 
E poi con la mente volo a casa...si, esattamente in quel posto dove le mie figlie ne hanno tre di paia di scarpe, pur avendo anche loro solo due piedi. O dove io ho un paio di scarpe per andare a lavoro, uno per correre, uno per andare in montagna a camminare, uno per giocare a calcio...e mi vergogno profondamente, mi sento profondamente in colpa. Non ho abbastanza scarpe con me per coprire tutti questi piedi neri che mi circondano, non ho abbastanza calze per alleviare il loro dolore durante il gioco, ma cazzarola vorrei riuscire a far qualcosa in più. Eppure...eppure loro giocano, ridono, corrono, tiran delle mine con quei piedi nudi! Nulla li, o le, ferma. C'è un pallone da rincorrere, basta quello. Il resto non conta. Che forza incredibile quella sfera!

sabato 8 marzo 2025

Sao Tome e Principe

 Rieccoci! Finalmente si riparte, finalmente torno in missione...finalmente? Devo dire sinceramente che anche a casa son stato bene e il lungo periodo di pausa mi ha portato a riflettere su un sacco di cose legate alla mia vita e al mio stato di "viaggiatore compulsivo", ma...non è questo il luogo, ne' tanto meno il momento. Ora ciò che voglio fissare su questo foglio virtuale sono le prime impressioni maturate in me dopo lo sbarco su quest'isola. Ah già, ancora non ho detto dove mi trovo: Sao tome e Principe. Penso di non aver detto molto ai pochi lettori di questo blog. Sao tome è un arcipelago composto da circa 20 isole  che si trova a sud della Nigeria, poco sopra la linea dell'equatore, a ovest della Guinea Equatoriale; antico possedimento portoghese, ancora porta con se, mostra, i segni della dominazione: gli edifici, le strade, le chiese, tutto richiama lo stato lusitano. Guardandoti intorno, passeggiando, o correndo come ho fatto in questi giorni, per la capitale (sao tome, appunto. Fantasia portami via...) è difficile non pensare al Portogallo e per togliersi ogni dubbio...basta ascoltare la gente che parla. Con quella bellissima cantilena, con il loro "ne'" alla fine delle frasi, quasi fossero brianzoli, con la loro "s" quasi da gatto silvestro. Ricorda un sacco l'angolano, anche se mi parsa più chiusa, più veloce e complicata. Alcuni allenatori, i più anziani, ho fatto e sto facendo davvero fatica a capirli e devo ammettere che preferisco di gran lunga il portoghese brasiliano, soprattutto quello di Rio, pur ribadendo che questa è una lingua che mi piace molto. Lingua a parte, il resto su quest'isola è tutt'altro che bello. O meglio, è stato bello, almeno 100 anni fa, ma ora è fatiscente, cadente. Tutto, ma proprio tutto. Le strade hanno buche più simili a crateri, i marciapiedi son fatti di sassi e stanno tutti saltando, gli edifici...be', gli edifici cadono letteralmente a pezzi. Tutti gli edifici, anche quelli governativi: crepe, balconi con le balaustre rotte, grondaie divelte, imposte di legno gonfie per via dell'umidità, o spezzate. Davvero, tutto ciò che mi circonda avrebbe bisogno per lo meno di una riverniciata, ma al momento, girando per la città e guardandomi un po' intorno, non credo sia questa una priorità: la povertà è evidente per le strade, sbirciando appena al di la della strada. Bambini in pantaloncini...e basta, null'altro addosso, la maggior parte delle persone a piedi nudi, adulti evidentemente alterati dall'alcool a qualsiasi ora, barcollanti anch'essi in pantaloncini, banchetti improvvisati che vendono ogni qualsiasi genere di prodotto, dalle cuffie (quelle che ti danno in aereo! Vendono anche quelle) alle ciabatte singole (davvero, una sola ciabatta, senza la compagna. Ma chi cacchio se la prende???), fino alle cinesate più assurde, capitate su quest'isola chissà come, chissà da dove. Una situazione piuttosto decadente mi ha accolto e quando mi hanno accompagnato al campo per l'allenamento previsto, arrivato fuori dalle mura di cinta dello "stadio", mi aspettavo di incontrare un terreno di gioco in linea con tutto il resto, invece...varcato il cancello (arrugginito e cigolante, ca va sans dire), si palesa davanti ai miei occhi una perla nel deserto! Un campo a 11 in sintetico di ultima generazione perfetto, scintillante, morbido e curatissimo. Per ora. Una sorpresa incredibile. Intorno alberi, cespugli, plastica e lattine, bambini e adulti che ciondolano aspettando il trascorrere della giornata, ma appena dentro la rete di recinzione un campo da calcio vero, bellissimo. Che contraddizione. Che bellissima contraddizione. Già, forse avrebbero bisogno di altro, magari il campo perfetto non è ciò di cui maggiormente necessitano, ma la passione per il calcio qui sfiora livelli di devozione, tutti giocano, tutti buttano dietro quella palla problemi, pensieri, preoccupazioni, tutti, ma proprio tutti, mettono il calcio in cima alle proprie priorità. Addirittura in tre ragazzi mendicanti, per strada, fermandomi, non mi han chiesto soldi o qualcosa da mangiare, ma mi han chiesto "uma bola", un pallone, per giocare, lasciandomi di stucco. Cacchio, queste si che sono priorità! 


giovedì 12 dicembre 2024

Saudi Arabia

 Intenso, intensissimo viaggio. Più del solito, anche più caotico, complesso del solito. Un po' per la realtà in cui son stato catapultato, un po' perché il nostro partner per l'evento che stiamo lanciando è alla prima vera esperienza "sul campo" e le persone che fisicamente seguono le cose, per quanto super gentili e coinvolte, motivate, non hanno alcuna esperienza in questo ambito, pur avendo un cv spaziale. ma per altre cose. 
Caotico, dicevamo: ieri mi son ritrovato a gestire sui tre campi che mi avevano affidato per il torneo per il quale avevo seguito l'organizzazione, il triplo dei bambini previsti, richiesti e la metà degli assistenti che mi avevano promesso! ovviamente senza alcun preavviso, senza che nessuno sapesse nulla. All'orario convenuto i bambini hanno iniziato, puntuali, ad arrivare, ma...non sono mai finiti! davvero, non esagero: un fiume in piena di nani sauditi, o con tratti somatici asiatici, indiani, qualcuno europeo, uno via l'altro, senza sosta. e tutti...da soli, senza accompagnatori, professori, genitori, zii, nonni o parenti ("oggi è vacanza", mi dice la ragazza responsabile csr di aramco. "i genitori ne hanno approfittato per lasciarci i bambini e godersi la giornata". Mortacci...). Niente, animali liberi, nelle mani del "fifa guy" e del suo torneo, assistito da 6 professori di educazione fisica inizialmente, due di loro parlanti inglese, che poi, magicamente, si son ridotti a tre. e nessuno di questi che sapeva che cazzo doveva fare! non nascondo il panico provato e l'intenzione a un certo punto, di formare squadre a caso per farle giocare randomly, una via l'altra, senza classifica, blue card e tutto il resto delle cose che avevo previsto. Poi mi son ripreso, son tornato in me, ho tirato in mezzo tre ragazzi della manutenzione dei campi, gli allenatori della federazione che hanno avuto il malaugurato ardire, per loro, di chiedermi se avessi bisogno di aiuto, ho affidato ai primi il compito di gestire i campi, ai secondi la gestione "tecnica" di ciascun mini torneo, ai volontari il compito di girare tra i tornei per riportarmi i risultati, in tempo zero ho messo in piedi 30 squadre (30!!!), le ho divise in 5 tornei su 5 campi (perché nel frattempo ho preso possesso anche di due campi a cinque inizialmente non previsti) e...ho iniziato a trottare tra i tutto il centro sportivo per avere tutto sotto controllo e assegnare, anche se un po' a caso, i punti "life skills"! E quanto ho trottato. Ma tutto questo, devo essere sincero, dopo lo spaesamento iniziale e la voglia di abbandonare tutto, con una bella dosa di serenità, di tranquillità, consapevole che comunque le cose sarebbero andate nella mia direzione. Non voglio fare il fenomeno, altri allenatori sicuramente avrebbero saputo gestire la cosa magari anche meglio, più velocemente (figa, mettermi a dividere i 300 e passa bambini per il numero delle squadre, per il numero dei campi, garantendo a tutti almeno tre partite, rispettando i tempi a disposizione è stata la cosa in assoluto più difficile e ha fatto emergere ancora una volta la mia assoluta distanza dalla logica matematica! Capra che sono), senza "rubare" ulteriori due campi ad Aramco , ma alla fine tutto è andato alla grande e tutti i bambini erano super contenti e gasatissimi per le partite, per i gol, per i cartellini blu, per tutte le cose nuove introdotte rispetto ai normali tornei. Insomma, è stata una super fatica, ma ne è valsa la pena. Certo è che la prossima volta voglio un incontro il giorno prima con tutte le persone che faranno parte dell'evento, per stabilire con anticipo doveri, compiti e responsabilità di tutti. Dovendo ripetere l'esperienza due volte all'anno per i prossimi tre anni, o almeno così è stato scritto sul contratto, voglio evitare un infarto tra un campo e l'altro a Dammam!


sabato 16 novembre 2024

La forza di una palla

 La giornata di lavoro si è conclusa molto positivamente, con tutti gli insegnanti/allenatori super coinvolti e soddisfatti delle 6 ore di lezione e della parte teorica e noi altrettanto contenti. Inoltre, forse per l'emozione di trovarci dove siamo, sia io che Anto (che di solito invece è un po' meno "abile" a creare un clima positivo con gli allenatori) ci sentiamo, ci troviamo molto a nostro agio con le persone che sono con noi, ci sentiamo ben accolti, inseriti, per cui per tornare approfittiamo della gentile offerta di Roger, il più anziano del gruppo. Lungo la strada, però, avevamo notato un campetto da calcio sommerso dalla neve venendo in questi giorni e il nostro piano era tornare a piedi con un pallone per fermarci a fare due tiri su questo candido manto normalmente erboso, per cui chiediamo al nostro autista di non portarci fino in hotel, ma di lasciarci al campo. Un po' stupito il nostro "amico" acconsente, per cui pallone al piede, iniziamo una serie di sfide: gol calciando la palla in movimento dalla porta opposta, colpire il palo da 20/30 metri, fino al gioco che mi teneva all'oratorio per ore e ore da bambino, il porta a porta (si cerca di far gol nella porta avversaria muovendosi liberamente nella propria metà campo, senza mai oltrepassarla e si difende la propria senza usare le mani). 1-0, 2-0, 2-1, fin quando il pallone, calciato lontano dalla porta e fuori dal campo, non ci viene rilanciato da un bambino di circa 8/9 anni. Riprende la sfida, si calcia, si scivola, si fa fatica a colpire decentemente la palla...e un altro bambino si avvicina curioso. Quindi un altro, un altro e un altro, tutti provenienti dalla scuola qui dietro. "Do you wanna play?" domando. Nemmeno il tempo di finire la domanda e scatta la sfida: 10 contro 2. E che "grinta" sti nani: entrate in scivolate degne di montero, corse e rincorse alla ricerca del pallone; per quanto poco educati al gioco siano, dimostrano tutti grande passione, voglia di giocare e alla fine vincono anche! Al momento dei saluti la domanda è unisona: "tomorrow?". Cacchio, ma che bello è giocare a calcio? 

venerdì 15 novembre 2024

Yellowknife

 Se cinque anni fa mi avessero detto che mi sarei ritrovato in questo posto, a nord del Canada, nei territori del nord ovest, oltre a provare imbarazzo per via del fatto che non avrei saputo collocarlo sulla mappa, avrei anche dubitato dell'eventualità. Ma Fifa mi sta facendo scoprire realtà altrimenti per me irraggiungibili, mi sta facendo vivere esperienze altrimenti inimmaginabili e, anche se a volte mi sembra di non meritarmele, che voglio e cerco di godermi fino in fondo. Questo lungo viaggio mi ha portato fin qui a vedere per la prima volta l'aurora boreale (uno spettacolo incredibile, assolutamente...astonishing rende più l'idea del nostro stupefacente), a camminare per strada a meno 18 gradi (nulla per questo posto, che tra un mese, mi dicono, si ritroverà a meno 35, meno 40, lo scorso anno a febbraio a meno 50!), ad incontrare una volpe mentre andavo al ristorante, a camminare per un buon 400 metri sopra la superficie ghiacciata del lago e...ah, già, a lavorare. Si, perché in questo posto assolutamente affascinante (per una settimana. oltre credo si potrebbe impazzire, considerando anche che tra poco il sole farà capolino all'orizzonte per un paio d'ore e nulla più) son stato catapultato per lanciare il progetto in Canada, per formare i primi insegnanti/allenatori, che poi inizieranno a girare e a "diffondere il verbo" e ad inserire il calcio nelle loro ore di educazione fisica. E ogni volta rimango stupito dalla forza di federazione per cui lavoro: è stato firmato un accordo con quello che potrei identificare come il ministro dell'educazione dello stato, dei territori del nord ovest, per cui da ora, per promuovere il progetto, le ore di educazione fisica diventeranno due nel corso della settimana. Non so quanto sia alla portata di tutti questa cosa. Ma meno male che si riesce a fare. Non tanto per il calcio in se, ma perché così, anche se ancora non abbastanza, i bambini hanno la possibilità di muoversi un po' di più. E ne hanno bisogno. In questo meltin pot di "razze" (ho incontrato gente originaria dello zimbabwe, della somalia, dell'egitto...) l'obesità sta diventando un problema sempre più grande tra i bambini più piccoli, mentre la dipendenza da droghe e alcol tra i più grandi, adolescenti così come adulti. Quindi promuovere un po' di sport male non può fare. E allora via, concentriamoci sul lavoro per un attimo, prima di tornare a pensare cosa poter vedere a Yellowknife

lunedì 11 novembre 2024

From est to west

 Rientrato a casa lunedì, eccomi oggi, domenica, di nuovo in viaggio. Questa volta diretto dalla parte opposta del globo. La destinazione, infatti, è Yelloknife, in Canada, nei territori del nord ovest. Esattamente dalla parte opposta rispetto a Honiara! Da +10 di fuso orario a -9, da +28 gradi di temperatura media, a -14. Spero il mio corpo non si ribelli,  non si lamenti, anche se in cuor mio so che non sarà così. In questi 20 anni di viaggi in giro "sui campi del mondo", appunto, non ho mai subito grossi scossoni per via di time zones o condizioni climatiche e non penso che questo viaggio faccia eccezione. Certo, è una bella rottura di cog....i ritrovarsi fermo in aereo per altre 12 ore, ma alternative non ne ho, quindi animo in pace e via, verso questa nuova avventura.

Arrivato a Vancouver ho 7 ore di stop, prima del mio aereo per quel posto sperduto nel mondo dove mi hanno spedito, per cui decido di lasciare il mio zaino al deposito bagagli e uscire per fare due passi, seguendo il consiglio di una gentilissima signora (credo dell'est europa, considerando il suo modo di parlare) dei controlli cui chiedo se sia possibile uscire dall'aeroporto. Il mio compagno di viaggi sostiene che pioverà a breve (ci sentiamo via whatsapp perché lui arriva da monaco e io da francoforte), ma a me poco interessa: dopo altre 12 ore passate seduto, sdraiato, in aereo, ho bisogno di muovermi, di sentire l'aria sulla faccia, di respirare ossigeno vero,  per cui pioggia, neve e vento di certo non mi spaventano. Ed in breve eccomi fuori. E ancora più velocemente eccomi in centro città, grazie al treno sotterraneo che collega l'aeroporto alla città. Qui mi lascio andare all'istinto: giro a caso, senza una meta, camminando di qui e di li, giusto per vedere, capire dove sono, dove mi trovo, giusto per muovermi e vedere qualcosa che non sia parte dell'aereoporto. La città è grande, ma tranquilla allo stesso tempo: è domenica e domani sarà un giorno di festa, e ciò sicuramente incide, però pur essendo in una città di quasi 700000 abitanti, tutto mi appare rilassato, tranquillo, piacevole. Cammino un paio d'ore a caso, passando  e perdendomi anche in stanley park (sarò provinciale, ma il Parco di Monza...), poi son costretto a rientrare in quel non tempo, in quel non luogo che è l'aeroporto, pronto per il prossimo volo diretto a Yellowknife, dove mi aspettano neve, ghiaccio, freddo...ma anche 30 allenatori e 100 bambini. E allora, via, partiamo! Domani recupero e da martedì si farà sul serio!

sabato 2 novembre 2024

What a day!

 Che giornata quella che si sta concludendo! Lunghissima e piena di mille eventi, cose fatte, esperienze che difficilmente ripeterò in questo posto, perché difficilmente ci si torna alle isole solomone, e specialmente qui, a Honiara!
Inizia tutto alle 5:35, quando la sveglia suona: ho in programma 32km di corsa, quindi, non volendo bruciarmi l'unico giorno libero di queste tre settimane, preferisco partire prestissimo, anche, cosa da non sottovalutare, per evitare il caldissimo del giorno. Esco quindi dall'hotel che manca ancora qualche minuto alle 6, svolto a sinistra direzione aeroporto e...il cielo è completamente arancione! Il sole è sorto da una decina di minuti, ma ancora non si staglia in cielo completamente, ed essendo la mia corsa rivolta verso est mi godo questi primi km con il sole in costante crescita davanti agli occhi. Si comincia bene, direi, e il proseguo è altrettanto piacevole e divertente. Non ci sono macchine in giro, fortunatamente, la gente è in giro per lo più a piedi e tutti quelli che mi incrociano si preoccupano di lasciarmi il passo sullo stretto marciapiede e di salutarmi. "morning, morning" è il ripetuto saluto offerto col sorriso dalle varie persone, al quale rispondo allo stesso modo: "morning, morning", ripetuto. 
Correndo mi accorgo ancora più di quando in macchina in questi giorni mi son diretto in federazione, di quanto questo posto sia inquinato. Terribilmente inquinato, davvero, non ho mai visto tante bottiglie di plastica, tante lattine, tante confezioni delle più disperate schifezze da mangiare, come qui. Spaventoso. Da tutte le parti. Visto così, mi sembra troppo tardi per poter invertire la rotta e provare a salvare questo pianeta, ma spero di sbagliarmi e che si possa trovare una soluzione per permettere anche alle prossime generazioni di correre in questi posti. Perhcè la corsa è proseguita fin oltre l'aeroporto, per poi fare dietro front e ripetere a ritroso lo stesso percorso per i restanti 16. non nascondo che al 26esimo ero devastato: un caldo umido opprimente ha fatto si che fossi completamente bagnato, come caduto in mare, non esagero, e il litro e mezzo di acqua bevuto fino a quel punto non sembra sia bastato (un bottiglione infilato nei pantaloncini e via). Va be', amen, sulle ginocchia, ma porto a casa il risultato. Devastato arrivo in hotel poco meno di tre ore dopo averlo lasciato, doccia, colazione e di nuovo fuori, direzione "tenarufall": abbiamo la macchina della federazione, abbiamo guardato la piantina per arrivarci (internet è solo per i locali: nessun network prende che non sia il loro, tanto che vendono sim card ad ogni angolo), abbiamo acqua per il trekking...via. Io guido, Anto mi fa da navigatore e in poco meno di un'ora ci ritroviamo in un altro pianeta: una volta usciti dalla città, infatti, svoltiamo a destra, come da mappa, e iniziamo ad inoltrarci nella foresta. Prima su strada asfaltata, poi su strada...strada, su una traccia sgangherata, piena di buche e di sassi giganti, ma intorno a noi alberi a perdita d'occhio, in ogni dove, di ogni forma e dimensione. Dopo circa un'altra ora di salti, abbandoniamo la macchina in uno spazio, perché non riusciamo a fare una salita piuttosto ripida, ma soprattutto scivolosa, difficile da affrontare senza un 4x4, ma per fortuna siamo a meno di un km dall'imbocco del sentiero e da li, entriamo davvero nella foresta. Io, Anto e i rumori della foresta: qualche goccia della pioggia caduta la sera che cade sulle foglie, qualche animale che striscia nel sottobosco, i canti degli uccelli e il frinire costante delle cicale. Con la mente torno nella foresta amazzonica, torno a quel lontano 2003, quando un viaggio cambiò tutto. Ma questa è un'altra storia. L'atmosfera è stupenda, la natura ci assorbe e in poco meno di un'ora, attraversando discese piuttosto ripide e dopo aver guadato un fiumiciattolo, arriviamo alle cascate. La stagione è quella secca, l'acqua non è moltissima, ma sufficiente per emozionarci: la caduta di quella massa, il suono, il vapore acqueo tutto intorno, rendono la vista unica. Ci sediamo su un sasso per godercela, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri, ma entrambi consapevoli dell'immensa fortuna che abbiamo. Abbiamo scoperto, vissuto questa esperienza unica, solo grazie al calcio. Mai sarei finito alle solomon islands, mai mi sarei ritrovato a queste latitudini, non foss'altro per la fifa. grazie.
Ritorniamo coi piedi per terra dopo circa un'oretta di contemplazione (confesso che sdraiato sul sasso, cullato dal rumore dell'acqua, mi sono appisolato...), gambe in spalla, e ripartiamo. Questa volta la strada è tutta in salita, ma i colori, i suoni e l'emozione, rendono la camminata, seppur intensa, rapida e quasi piacevole (oddio, i 32 me li sento tutti nei polpacci!), fino a farci scoprire un lodge! Fantastico! Son quasi le 14, siamo affamati, proviamoci. E il dio del calcio ci assiste anche in questa occasione: con una vista mozzafiato sulla foresta e giù, fino all'oceano, mangiamo del gustosissimo pollo, il giusto coronamento della giornata. Che però non è finita. 
Già, perché sulla strada del ritorno decidiamo di fermarci al mercato centrale, un enorme spazio vicino all'oceano, pieno zeppo di...tutto! Vestiti, borse, dipinti, cianfrusaglie varie, pesce (dei pesci giganteschi), frutta e verdura. Siamo gli unici bianchi in mezzo a migliaia di persone, ma non sembrano farci caso. Giriamo dappertutto, mi piace un sacco andare nei mercati, vedere la gente che vende, quella che compra, osservare i prezzi e fare paragoni. Poi scorgiamo una bancarella con dei mango pronti: non è ancora la stagione, ma questi son pronti! per fortuna ho ritirato moneta locale: via, due per 10 cazzilli locali, ossia poco più di un euro. L'investimento si può fare. Morso in cima per strappare la buccia e...madonnina che buono! Super succoso, saporito, morbido. Il mango più buone mai mangiato. Il giusto finale per un "beautiful day", come canterebbero gli U2.

giovedì 31 ottobre 2024

Bye, bye PNG

 Finalmente riesco a fermarmi e buttar giù un po' di pensieri, altrimenti dispersi nei meandri della mia malandata memoria. 

Chiusa la splendida esperienza in Papua, eccomi ora in Solomon Islands, un'altra MA sperduta nell'oceano di cui poco, pochissimo sapevo e di cui poco più so ora, da 48 ore su questa terra emersa. Giusto qualche informazione in più circa il fatto che son quasi mille isole a comporre questo Paese (mille!!!) alcune delle quali già in parte sommerse dalle acque, in costante crescita per via del riscaldamento globale, e circa i loro recenti problemi di ordine pubblico (recenti, parlavano di inizio 2000) dovuto a un diffuso mal celato scarso gradimento nei confronti del popolo cinese. E la cosa mi ha lasciato perplesso. Già, perché in questi giorni ho conosciuto un po' di gente del posto, tra allenatori e funzionari vari della federazione e mi han dato tutte l'impressione di essere super pacifici, aperti, accoglienti, rilassatissimi (vanno a due all'ora, altro che!), ben lontani dall'essere figure violente, aggressive e ribelli. Invece, si vede, ancora una volta l'apparenza inganna. Inoltre, sempre parlando con le persone, ho scoperto un'altra cosa che nella mia bieca ignoranza non consideravo: non so per quale assurda congettura, per quale inspiegabile ragionamento, mi immaginavo queste isole ricche, verdi, pulite e ben organizzate, invece... povertà diffusa, sporcizia ad ogni angolo di strada (oggi ho scorto un intero fiume, fiumiciattolo, completamente coperto di bottiglie di plastica. Una cosa impressionante!), strade indecenti, traffico ad ogni ora del giorno e della notte, insomma, un macello. L'altro ieri ho deciso di uscire per il mio allenamento, di non rintanarmi ancora in palestra come in PNG, anche perché tutti mi hanno assicurato essere super tranquilla la città, nonostante tutte le problematiche, e lungo i km previsti che mi hanno portato fuori Honiara mi son imbattuto in villaggi fatti di palafitte, con gente a piedi scalzi, con indosso solo i pantaloncini (e una maglietta, se donne) intente a...far nulla. Nulla, eran per lo più tutti seduti a bordo strada e si sono animati alla vista di un povero pazzo bianco che di corsa sfidava la polvere e le bottiglie di plastica della strada. E per loro son stato l'evento della settimana: i bambini, come in africa,  mi han seguito per un pezzetto, le mamme dalle palafitte  mi chiamavano solo per dirmi "good evening", gli uomini mi salutavano con un cenno del capo o della mano; tutti sorridenti, all'apparenza felici di vedere questo pirla sudato. Non ho mai avvertito una sensazione di pericolo, non ho mai avvertito ostilità, nemmeno al ritorno, quando ormai era buio: qualche fuoco acceso per illuminare, qualche rara lampada, ma tutti sereni e sorridenti. Ci deve essere qualcosa che mi sfugge, che non riesco a capire, per arrivare alla felicità, vedendo queste persone. La cosa ancora più strana, quindi, rimane per me immaginarmi questo popolo scatenare sommosse perché non vogliono i cinesi da queste parti, o perché il primo ministro sottoscrive accordi economici con la cina. 

Quante cose non so

domenica 27 ottobre 2024

Strugglin' with the jet lag

 Ancora una volta, se mai ne avessi avuto bisogno, ieri mattina, al risveglio, ho avuto la conferma che il jet lag non esiste. O meglio, esiste solo se ci si autoconvince del fatto che qualche ora di differenza possa influenzare il nostro sonno e le nostre giornate. Dopo l'infinito viaggio, arrivato in hotel a dir poco devastato, mi sono immediatamente attivato, sono anche andato ad allenarmi in palestra e alla sera, ore 21, testa sul cuscino e chi si è visto si è visto. Fino alle 6:30 del giorno seguente, per merito solo dell'insistente sveglia, ho dormito come un bebè. Certo, al risveglio mi son dovuto cacciare sotto una doccia gelata per realizzare dove fossi e cosa dovessi fare in quello strano posto, però le 24 ore seguenti sono andate alle grande, senza crolli o coli. La gente che ho incontrato in questo workshop sicuramente ha contribuito, ma il famigerato jet lag, ancora una volta non si è palesato. Spero rimanga un pensiero lontano anche nei prossimi giorni. 
Dicevamo, la gente: sorridente, accogliente, generosa...un mix stupendo di persone provenienti da tutte le regioni, ognuno con le sue tradizioni, addirittura la sua lingua (e chi lo sapeva che in PNG coesistono circa 1000 popoli e 800 lingue! 800!!!), ma accomunate tutte da un enorme senso di fratellanza, di convivialità, di socialità. Nelle parole di tutti e nelle loro risposte alle mie domande si percepisce l'importanza che danno alla comunità, al gruppo, la centralità del bisogno di tutti di convivere con gli altri, di aiutarsi e supportarsi. In tantissimi nel gruppo di 34 allenatori/professori che sono con noi sono impegnati nel sociale nei più disparati progetti e la cosa che mi ha stupito di più è che quasi la metà di questi prof parla la lingua dei segni! Non che ci siano sordo muti ad ogni angolo, ma per includere tutti, in tante scuole, si insegna anche la lingua dei segni. Magari esagero, ma la cosa mi ha colpito un sacco. E questo loro "socialismo" lo si vede in azione durante le nostre lezioni, durante i lavori di gruppo che abbiamo proposto: tutti partecipano attivamente, con grande rispetto reciproco e grande attenzione nei confronti di tutti (abbiamo anche due prof disabili nel gruppo, ma è come se non ci fossero). Son veramente colpito. Eppure avrebbero di che essere incazzati e ben poco aperti e accoglienti: Papua è il 147 paese su 193 nella scala dal più ricco al più povero, la capitale soprattutto, ma anche altre città di questa immensa isola sono pericolosissime, soprattutto dopo il calar del sole (che palle essere costretto a correre sul tappeto), la disoccupazione è dilagante e l'abuso soprattutto di un frutto, il betel nut (una specie di cicca che si ricava da una palma, che dona sazietà, euforia ed è stimolante, donandoti quindi energia supplementare) è una piaga dilagante, eppure niente di tutto questo sembra aver intaccato i nostri compagni di avventura, così come tutto il personale dell'hotel. Insomma, meno hai e più sorridi e sei aperto e accogliente. Forse questo betel nut lo diffondono nell'acquedotto...

venerdì 25 ottobre 2024

Zurigo-PNG in sole 32 ore...

ZURIGO-PORT MORESBY
 
Dopo tre intensissimi giorni a Zurigo, in HoF (mi piace questo nickname: house of fifa), eccomi in volo da ormai quasi 20 ore! Madonnina, ho le piaghe al culo! Ma andiamo con ordine: cosa ci facevo questa volta a zurigo? Dopo due anni di insistenza, due anni in cui ai diversi manager che si sono succeduti a capo del progetto ho illustrato il mio progetto di creare un area tecnica, selezionando almeno 5 allenatori, uno per continente, così da avere un supporto operativo in loco, utile per girare tra i vari nuclei, le varie scuole del progetto, per controllare, supportare e riportare, e fondamentale per iniziare un percorso di “refresh”, finalmente grazie anche al supporto di Antonio, convinto come me della necessità di queste figure, eccoli qui, gli allenatori selezionati. Da Costa Rica, Chile, Jamaica, UK, Burundi, India e Thaiti, tutti con un corposo e interessante cv, tutti con una qualche forma di collaborazione già attiva con FIFA, eccoli con noi per questo workshop durante il quale con il sostegno di Anto ho avuto come primo obiettivo quello di illustrar loro cosa dovranno fare, come dovranno fare ciò che chiediamo e soprattutto come assumere questo nuovo ruolo, per loro, di coach educator, trattando anche una parte, per me sempre fondamentale, in campo, con bambini. Due allenamenti gestiti da me e uno da loro. E il campo, paradossalmente, da quando ho a che fare con allenatori con il cv di cui sopra, è sempre un momento “difficile”. Non che abbiano combinato casini, le sessioni sono andate bene, i bambini erano coinvolti e divertiti, ma emergono sempre gli stessi limiti, le stesse imperfezioni, che non mi aspetto da questi profili: uso della voce (figa, sussurrano), postura in campo (chi con le mani dietro la schiena, chi si rivolge al gruppo, dando le spalle ad alcuni bambini), ma soprattutto in difficoltà nel gestire “l’emergenza”, la situazione non controllata, inaspettata ( l’esercitazione non viene, non prende forma, i bambini sono in difficoltà e va “scalato” l’esercizio, lo spazio scelto è evidentemente troppo poco per permettere ai bambini di realizzare l’esercizio…). Ripeto, sono sfumature, alla fine non ci son state interruzioni, problemi evidenti, ma dovendo loro diventare degli allenatori di allenatori, credo non debbano aver bisogno di me per riconoscere, capire e intervenire. Ma forse sbaglio io, son troppo esigente. È una cosa che mi chiedo spesso, soprattutto ultimamente, guardandomi indietro, ripercorrendo alcune tappe della mia carriera. Forse ognuno ha il suo modo e deve mantenerlo inalterato, proprio, specifico, anche con questi che per me sono inciampi, ma che in realtà non hanno ripercussioni sulla seduta, sui bambini. Ripenso ai primi corsi in congo, con Alain, quando disegnavo un vero e proprio stile, modello, che tutti gli allenatori parte del progetto facevano proprio, adattandolo alle loro caratteristiche, ma forse, penso ora, cancellando alcuni loro tratti. O in Angola, i primi anni con Stefano, o in Uganda…non so. Certamente rispetto ad allora son meno “nazista”, ma certi principi dell’essere allenatore-educatore, li ritengo fondamentali, quasi imprescindibili. E parlo di allenatore-educatore, non di allenatore “normale”. Questo doppio ruolo richiede e penso debba richiedere doppie conoscenze, competenze, abilità. Non basta proporre una esercitazione, non basta migliorare il gesto tecnico. Attraverso questo miglioramento devono passare altri messaggi, devono arrivare altri apprendimenti e per forza di cose io, allenatore, devo essere qualcosa di diverso. Facile allenare bambini selezionati, ultra motivati, super appassionati di calcio; un po’ meno quando il tuo audience è composto da bambini magari alla prima esperienza con la palla, bambine che magari solo grazie al progetto per cui lavori hanno accesso allo sport, al movimento, pre adolescenti con già un grande passato di violenze e problemi di vario genere. Con loro il gesto tecnico rimane fondamentale (c’è poco da filosofeggiare: vogliono imparare a giocare. Vogliono giocare le partite e poter competere coi compagni durante l’intervallo a scuola, per strada o col fratello a casa), ma insegnando come meglio entrare in relazione con quella palla magica dobbiamo renderci conto che stiamo lavorando sulla loro autostima, sulla loro percezione del proprio corpo, sulla loro socialità…su un sacco di altre cose, altrettanto fondamentali. Per cui se lo spazio è troppo stretto e l’esercitazione non prende bene il via, il bambino non si diverte, non sperimenta, non viene “convinto”, coinvolto e magari perdiamo l’occasione di farlo nostro, di inserirlo nella nostra squadra e di accompagnarlo, attraverso la sfera di cuoio, nel suo percorso di crescita, di sviluppo. Per lo meno di ciò son convinto, oggi in fifa ancora più di prima in inter, perché l’opportunità di “catturare” bambini ora è decisamente più ampia e quindi molti più nuovi “calciatori” possono essere formati, secondo questi principi. Nessuno di loro diventerà professionista, ma tutti loro, si spera, diventeranno adulti con una migliore e più ampia base educativa.
Dopo questo pippone moralista, riprendo controllo dei miei pensieri e torno sulla terra…no, non sulla terra, ma in cielo, in questo momento quasi prossimo all’Australia. Dove un altro aereo mi aspetta, destinazione port moresby

giovedì 5 settembre 2024

ESWA che???

 Confesso la mia estrema ignoranza: prima che mi dicessero che sarei dovuto andare alla EFA, eswatini football association, per tenere un corso a circa 60 allenatori locali, non avevo la più pallida idea di dove si trovasse questo Regno. Mi sono quindi un po' documentato pre viaggio e soprattutto ho tempestato di domande il TD (technical director) e l'autista che mi hanno scorrazzato in questi tre giorni in giro per Manzini e Mbabane, le due principali città del Paese, per capirne di più e arrivare a scoprire che eswatini=swaziland! Nel 2019 hanno cambiato la denominazione ufficiale in Regno di Eswatini, Eswatini kingdome, per emanciparsi utleriormente dal passato coloniale, essendo il nome swaziland figlio di una storpiatura nella pronuncia dei britannici. Il popolo infatti è il popolo "swati", che gli inglesi pronunciavano più "swazi" e che quindi ha dato origine s swaziland, la terra degli swazi. E la e davanti??? Anche questo ho chiesto. Nella loro lingua la pronunica di "swati" avviene con un suono iniziale che ricorda la e, appunto, per cui hanno deciso di porre quella lettera, in minuscolo, davanti alla s nella denominazione ufficiale, che infatti e eSwatini. Che rebelot. E pensa nella pratica quanti cambiamenti ha portato questa rivendicazione dal 2019: banalmente la federazione calcio prima era SWA, swaziland football association, ora ESA (cazzata, vero. Però han dovuto cambiare tutti i simboli, loghi, da tutte le parti), i vari ministeri e ministri hanno cambiato denominazione, lo stesso aeroporto ha cambiato nome. Chissà da dove è nata questa esigenza...

Anyway, eswatini, o swaziland che sia, questo paese è stata un'altra piacevole scoperta. Ho avuto anche il culo di capitare esattamente nei giorni dedicati ai festeggiamenti per il compleanno del re, per qui ho potuto assistere a balli e cerimonie tradizionali, con migliaia e migliaia di persone in gonnellina, con la lancia e lo scudo, che ballavano e cantavano, per festeggiare il loro sovrano. Una esperienza unica che mi ha fatto vivere nuove emozioni africane. Ma la cosa più bella penso sia stato l'incontro con le persone: tutti super accoglienti, sorridenti, pronti alla battuta e allo scherzo, mi hanno seguito con grandissima attenzione e interesse in aula e in campo, per poi "tirarmi in mezzo" nelle loro discussioni, coinvolgermi per raccontarmi il loro paese, una volta usciti dal campo. é una cosa questa che scatena sempre in me una serie di riflessioni, la più ricorrente delle quali è: ma se fossi qui senza queste 4 lettere stampate sul petto e questo ruolo di "facilitator", come mi chiamano loro, sarebbe tutto uguale? Già ai tempi dell'Inter mi chiedevo questa cosa e adesso che il carrozzone è ancora più grande e ingombrante, la domanda ricorre più frequentemente nella mia testa. La speranza è che si, anche se venissi con la maglia del VSE otterrei le stesse attenzioni, gli stessi comportamenti, ma il dubbio è legittimo. In ogni caso, forse grazie al marchio che indosso, anche questa volta ho vissuto un'esperienza indimenticabile, e ciò che mi porto a casa è sicuramente più di quanto non abbia lasciato nel regno di eSwatini, o Swaziland per i nostalgici. 

domenica 1 settembre 2024

The mountain kingdome

NON DI SOLO CALCIO VIVE L’UOMO
Per la prima volta nella mia storia in fifa, oggi abbiamo avuto un intero giorno libero, un’intera giornata da dedicare alla scoperta di questo paese. Ed è stato fighissimo. Un po’ perché in questo posto difficilmente tornerò, se non per conto della fifa, quindi questa è stata l’unica occasione per me di vivere l’esperienza da turista in Lesotho, e un po’ perché ciò che mi piace un sacco fare quando sono in giro è cercare di capire (difficile in pochi giorni), conoscere, esplorare il paese che mi ospita, per provare a crearmi un’idea, un’immagine che vada oltre quella che normalmente riesco a strutturare nella mia testa, costruita solo attraverso l’esperienza in campo, in hotel e in qualche ristorante. A volte sfrutto i miei allenamenti, le mie corse, per questo scopo, ma Maseru è una città sita a 1600mt di altezza, tutta fatta di sali-scendi ripidissimi e in più le mie giornate finivano sempre col buio; quindi, mi è stato difficile uscire dalla palestra per i miei allenamenti (ieri 21km sul tappeto…un incubo).
Colgo quindi, cogliamo io e anto, con grande entusiasmo la proposta del presidente di metterci a disposizione un auto e un autista per esplorare il paese. Decidiamo di puntare verso le cascate Maletsunyane, nell’interno, in quelle che qui chiamano le highlands. E puntiamo bene. Non solo per le cascate in sé, che a dirla tutta in questo periodo dell’anno sono certamente meno affascinanti di quanto non si veda nelle foto on line (siamo in inverno, tutto e secco e arido, c’è ancora della neve qua e la, o dei cumuli di ghiaccio, quindi anche la cascata ha poca acqua. Per quanto comunque affascinante, manca qualcosa), ma anche per il lungo viaggio (quasi 180 minuti!) che ci conduce attraverso le montagne al nostro obiettivo. Lungo questa strada il paesaggio è affascinante: alte montagne “violente”, aspre, secche e valli, canyon rocciosi con sparse, qua e la, sui pendii, piccole capanne di fango e paglia, di forma circolare, in numero ridotto (villaggi di 10, 15 capanne, ogni volta)…in the middle of nowhere!
Difficile pensare, immaginare, la vita di queste persone in questa realtà, in queste condizioni. Pastori, agricoltori, si muovono a piedi o a bordo di asini e conducono il loro bestiame al pascolo con il loro tipico cappottone (una specie di tappetone, pesante e colorato, che indossano sempre, estate e inverno. Nel primo caso senza nulla sotto, nel secondo con calze coloratissime e ogni possibile indumento posseduto), il cappello tradizionale (una mini piramide di paglia intrecciata finemente, che non fa passare il vento, gelido e pungente in questo periodo…le mie labbra ne sanno qualcosa) e l’immancabile bastone, simbolo della loro mascolinità (le donne non possono usarlo). That’s it. Le loro giornate trascorrono così. Lente, quasi ferme, governate dal sorgere e calare del sole, scandite dal lento movimento dei loro animali sulle colline, sulle montagne…in un momento come questo in cui penso sempre più spesso a come il tempo ci sia sottratto ogni giorno da quel lager chiamato lavoro cui siamo tutti costretti, vedere questo “vivere completamente il tempo” (seppur in un modo magari un po’ noioso) ha scatenato in me mille riflessioni. Ma questa è un’altra storia.
E i bambini? Quando ci fermiamo saltano fuori dalle capanne, ci osservano di nascosto, i più coraggiosi si avvicinano, ma parlano solo sosetho, quindi non riusciamo a capirci. E i bambini, dicevamo. Loro come vivono questa realtà? Abbiamo incontrato delle scuole lungo la via (scuole…capannone rettangolari, non tonde, col tetto in lamiera, mono o al massimo con due stanze, due “classi”. Non riesco a immaginarmi le lezioni) e ne abbiamo visto qualcuno in divisa (pur essendo sabato, vestono la divisa, ci spiega l’autista, perché devono andare a qualche funzione, quindi devono indossare il loro abito migliore), quindi sicuramente le mattine le vivono a scuola e ne abbiamo visti altri giocare a calcio con palle fatte di paglia arrotolata, oppure al seguito dei fratelli più grandi col bestiame, quindi…anche per loro il mondo è questo. Con l’alternativa della scuola. Difficile da immaginare, se penso alla realtà in cui sono immerse Anna e Maggie. Ma il mondo, come mi piace dire, è più grande della mia piccola realtà e anche oggi ne ho avuto una dimostrazione.
Montagne, villaggi, bambini, scorrono fuori dal finestrino o sotto i nostri occhi grazie alle pause, fino all’arrivo alle cascate. Qui un piccolo trekking ci porta dalla parte opposta del canyon dove l’acqua del fiume “casca”. 200 metri di caduta in mezzo a questo canyon selvaggio, aspro, rocciosissimo. Che bellezza. Che esseri piccoli che siamo di fronte a tutto questo…così piccoli, eppure così arroganti da pensare di essere noi il risultato finale del percorso di evoluzione delle ultime migliaia, degli ultimi milioni di anni. Noi, i sapiens, sapiens, siamo al di sopra di tutto questo, dominiamo e governiamo tutto questo. E lo distruggiamo…
Nel viaggio di ritorno una piccola lezione di storia ci accompagna, grazie al nostro autista, che ci racconta la storia del paese da quando il primo re, sorothoshese the first ha unificato le 16 tribù in un unico popolo, i basotho,  prima di fermarci a Roma (un villaggio fondato dai missionari evangelizzatori italiani e oggi città, sede dell’unica università del paese) per mangiare in uno di quei posti ove cerco, cerchiamo, sempre di fermarci quando siamo nel continente nero. Una baracca a bordo strada che cucina sotto i tuoi occhi (a volte sarebbe meglio chiuderli gli occhi…) e che per portarti da bere va ad acquistare l’acqua alla baracca vicina. Non possiamo esimerci dal mangiare la “paya”, il piatto tipico (ciò che in angola è chiamato fu-fu, in uganda matoke…sempre la stessa cosa, ma con nome diverso) con del pollo sicuramente ruspante e aggiungere anche questa esperienza super positiva al nostro bagaglio.
Wow. Quante cose ho messo in valigia, oggi. Bellissimo assaggio del paese. Difficile tornare da queste parti, ma se dovesse accadere saprò già qualcosa in più