giovedì 16 aprile 2026

Turkemistan

Ashgabat, la città bianca
…o la città del marmo, essendo per decreto costruita tutta di marmo bianco: tutti gli edifici della città, infatti, devono essere per lo meno ricoperti di marmo bianco, così come tutte le innumerevoli statue, gli onnipresenti e giganteschi monumenti, gli stadi, addirittura le fermate del bus (tutte chiuse e con aria condizionata…) e i sottopassaggi pedonali, o stradali che siano.
O la città bianca, un po’ per via del decreto di cui sopra, un po’ perché tutti i mezzi di trasporto della città devono essere bianchi. Nessuno spazio per irragionevoli auto rosse, o nere. Il massimo consentito, ma solo negli ultimi anni, è un trasgressivissimo grigio chiarissimo, fratello stretto del bianco, che appare su qualche, sporadica e ribelle, auto della città.
O la città dei record, perché da queste parti si fanno le cose in grande, grandissimo e se non si compare sul libro dei guinness non si conta nulla. E così abbiamo viso la bandiera più grande del mondo, il monumento rappresentante una stella più grande al mondo, la cupola della Moschea più grande, ca va sans dire, dell’intero pianeta. E cos’altro? Ah si, il monumento equestre più grande del pianeta. Perché anche coi cavalli qui hanno una speciale fissa: ovunque statue, marmi (e cos’altro), quadri, siepi, che rappresentano l’amico equino. Lo stadio nazionale olimpico è sormontato da un’enorme (indovina? Geniale, si: la più grande al mondo) statua rappresentante il muso di un cavallo. Ma enorme davvero! Lo stadio è qualcosa di incredibile. Marmo come negli antichi palazzi romani e questa enorme testa che sormonta il tutto: impressionante.
O anche la città del mangiare! Perché in tre giorni tra pranzi e cene ho mangiato come se fosse sempre Natale. Bene, per carità, sempre benissimo, loro gentilissimi e super ospitali, super amichevoli, ma un po’ ossessionati dal cibo e dall’ospitalità. Mi è successo spesso in questa zona del mondo: anche in Uzbekistan, in Tajikistan, in Kyrgjizistan, insomma un po’ in tutti gli stan stati: gentili a tal punto da rompere il cazzo. Ti rapiscono, non sei libero di decidere di farti gli affari tuoi un’ora, e tutte le volte una guerra per ritagliarmi il tempo per correre, per allenarmi. Perché se rifiuti una loro offerta, proposta, è come se gli mancassi di rispetto, ci rimangono malissimo e tutte le volte faccio grande fatica a dribblare le loro proposte. Questa volta, l’ultima sera, mi sono imposto: grazie ragazzi, tutto bellissimo, ma questa notte abbiamo l’aereo per curacao e io voglio prima correre per bene e poi farmi lo zaino e lavorare dignitosamente, senza dover far tutto di corsa per andare a mangiare. Mi spiace, ma io salto. Un po’ tristemente e dopo vari tentativi di mediazioni, mi hanno lasciato fare, ma non è stato semplice.
Ora sono in aereo, da questa mattina alle 3…ho le chiappe quadrate, ma conto di sopravvivere ancora per le prossime cinque ore di calvario, prima di toccar terra in curacao e aprire un nuovo capitolo, completamente diverso, in una zona del mondo non solo sita dall’altra parte della sfera terrestre, ma anche culturalmente su “un altro pianeta”, seppur unita, come tutto il resto del mondo, dalla stessa, sfrenata passione per quell’oggetto magico di cuoio che rotola e che tutti noi ci divertiamo a colpire, chi con sapienza, chi grezzamente, da quando siamo nati. Vediamo qui come lo trattano: speriamo un po’ meglio dei Turkmeni…

venerdì 13 marzo 2026

USA, Giappone, saltando Cipro...per ovvi motivi

  Se al me sedicenne avessero detto che un giorno, da grande, mi sarei trovato a Tokyo, in un locale...local al 100%, da solo, per mangiare cose scelte per via delle fotografie mostrate da una cameriera che non solo non parla inglese, ma nemmeno nessuna altra lingua presente su questo globo, se non il giapponese (per me un po' ostico...), non solo non ci avrei creduto, ma avrei messo in dubbio la possibile realizzazione di un tale, assurdo, scenario. Se in più avessero aggiunto che esattamente sei giorni prima, sarei stato a Orlando, Florida, per un congresso con 80 allenatori statunitensi, proveniendo da precedenti congressi in new mexico e Georgia...be', avrei riso fortemente. No way. Ho anche paura dell'aereo. Come cazzo vuoi che voli dalla mia bella Monza, verso quei posti sconosciuti? Naaa, no way. E infatti... eccomi qui. Dopo una incredibile 10 giorni negli states, in tre stati, con circa 240 allenatori coinvolti, 10 giorni intensissimi, ma allo stesso tempo bellissimi, di grande crescita e confronto e che hanno confermato in me alcuni pensieri circa il soccer in questo lato del mondo (ossia che non prenderà mai piede definitivamente. A loro piace lo show, l'intrattenimento. Il calcio non è intrattenimento. è bello, bellissimo, ma richiede un minimo di attenzione, di partecipazione, di coinvolgimento. Nel paese a stelle e strisce gli sport sono il contorno agli spettacoli, agli show, che arricchiscono, o riempiono, ogni attimo di pausa, ogni momento in cui i giocatori non sono direttamente coinvolti. E il calcio non è così. A fine primo tempo, allo stadio, mi alzo in piedi, e come me tutti gli altri, e parlo dell'andamento della gara con mio fratello, da sempre presenza fissa con me allo stadio, o con altre persone, a volte anche sconosciute, vicine di posto, ma non mi metto a seguire la mascotte che lancia le magliette, le cheerleaders che ballano e fanno numeri da circo, o i gruppi di suonatori di tamburo. Così come non mi alzo in piedi durante la partita per andare a prendermi un hot dog, perdendomi 10/15 minuti di gara, per un salsicciotto fosforescente e patatine iper salate. Ma qui è così, questa è l'idea di sport allo stadio e il soccer non si presta a questo modellamento...forse. money talks, cantavano gli in.si.dia), eccomi ora a Tokyo, inaspettatamente, per tre giorni pieni, pienissimi. Inaspettatamente perché non avrei dovuto esserci, avevo declinato, per stare, dopo dieci giorni, concentrato sulle altre mie attività, ma un problema all'altro allenatore mi ha catapultato dall'altra parte del globo per una missione super concentrata. Partenza dall'Italia la mattina del mercoledì, arrivo con volo diretto a toky il giovedì mattina, delegato della federazione in aeroporto, trasferimento al centro tecnico, tra l'altro bellissimo, seppur molto semplice, umile, senza grossi proclami (se si pensa che nel campo accanto al "mio" un asilo vicino stava facendo la sua ora di motoria. Immaginatevelo a Coverciano uno scenario simile...), giornata piena fino alle 17 circa, trasferimento, finalmente, in hotel, corsetta sul lungo mare, e cena solitaria, con riflessioni che hanno aperto questo diario. Insomma, non un minuto perso. Ora svengo nel letto, perché domani il programma sarà lo stesso, aeroporto escluso 

venerdì 31 ottobre 2025

Venezuela 2025

 A volte ritornano...Nemmeno ricordo da quanto tempo non scrivo su questo blog. Che pirla che sono. perché mi convinco attraverso mille scuse di non aver tempo, di non aver nulla da scrivere (forse questa cosa è vera), di non aver voglia, ma poi mi rendo conto di aver perso un'altra occasione, di aver perso un altro momento che potevo fermare su questo foglio virtuale, perché se penso di poterlo affidare alla sola mia memoria...

Va be', adesso ci sono, ho riaperto queste pagine. Dall'ultima volta son trascorsi non so quanti altri viaggi e non so quanti altri bambini allenati e allenatori incontrati. E dall'ultima volta non so nemmeno più quante cose nella mia vita son cambiate, perché da quando ho lasciato inter le novità, fin qui per lo più positive, si sono susseguite a ritmo vertiginoso. L'ultima è sicuramente il mio nuovo incarico al calcio monza, ma...non è questo il momento. Ora vorrei tornare qui, dove mi trovo ora, a Caracas, per provare a fissare le emozioni di questi giorni. 

Dopo 7, forse 8 anni torno nella capitale venezuelana, questa volta con un altro marchio addosso, ma sempre con lo stesso entusiasmo, la stessa curiosità, e il paese, le persone, mi ricambiano come sempre han fatto: carinissime, aperte, gentili e super accoglienti. I 60 allenatori della federazione, nonostante il mio itagnolo, han dimostrato giorno dopo giorno di comprendere e soprattutto apprezzare ciò che sto condividendo con loro e oggi, durante il festival, è stato bello vederli sul campo muoversi con destrezza e guidare con capacità i vari gruppi di bambini che mettevo loro a disposizione. Hanno una sensibilità "cubana" verso l'educazione, verso l'insegnamento, per cui viene loro abbastanza naturale entrare in sintonia coi bambini e guidarli con sensibilità nel corso della seduta. Dico sensibilità cubana, perché vedo in loro tante affinità con gli allenatori dell'isola caraibica, dal modo di rapportarsi con i giocatori, all'amore per la parola (la lotta più difficile da vincere, qui e a cuba, è proprio fare in modo che durante la seduta riducano al massimo i tempi di "discussione"), dall'inclinazione alla battuta, alla risata, alla preparazione di alto livello per quanto riguarda lo sport...per lo meno teoricamente. Si perchè poi in campo han lasciato piuttosto a desiderare, quando li ho coinvolti come "bambini" nel corso della formazione, ma gli interventi, le domande, anche le riflessioni, si son rivelate sempre intelligenti, pertinenti e puntuali. Esattamente come mi è sempre successo a Cuba, esattamente come mi è sempre successo da queste parti quando capitavo con Inter campus. 

E il caso ha voluto che oggi per la giornata finale la federazione venezuelana di calcio abbia deciso di portarci nel municipio sucre, nel barrio del Petare, esattamente lo stesso barrio dove giocavo ai tempi neroazzurri. Un caso, ma come diceva dylan dog, le casualità non avvengono mai per caso: mi piace credere che ci sia un master of puppets che ci lanci dei segnali, che non sempre siamo in grado di cogliere, per farci vedere, capire, che tutto è scritto, segnato, governato. Noi possiamo cogliere questi segnali e leggere il disegno più grande che c'è sopra di noi, per noi, oppure ignorare il tutto e procedere come se nulla sia. In fin dei conti non è che mi cambi la vita allenare ancora al petare, piuttosto che in un altro municipio, ma mi piace credere che non sia stato un caso. E anche "l'intorno" richiamava in me le esperienze passate: le case che circondano il campo, la gente che entra e esce, la musica, la confusione...ordinata. è stato bello, è stato divertente. Ora però mi domando perché non ho voluto chiamare, sentire, i miei vecchi compagni di avventura di caracas, mario berdugo su tutti. Ho il suo numero, potevo coinvolgerlo, ma a differenze degli altri paesi inter campus dove son tornato con fifa, non ho voluto sentirli, chiamarli, coinvolgerli. Non so spiegarmi il perché, ma ogni volta che mi son messo a scrivere un messaggio a Mario...poi l'ho cancellato. E ora non so dire "peccato" oppure "hai fatto bene". Al momento solo: è andata così. Ci penserò...

martedì 11 marzo 2025

Barefoot...ball

 Era da un po' che non vedevo così tanti piedi nudi sul campo, intenti a calciare, dominare, inseguire la magica sfera di cuoio. L'ultimo ricordo che mi viene in mente in tal senso risale alle seychelles, quindi...orca, non ricordo. Direi marzo 2022 ma forse mi sbaglio. Poi, chi più, chi meno, i bambini allenati e coinvolti nel mega, classico, torneo finale erano quasi sempre forniti di scarpe. Qui a Sao Tome, invece, sono più quelli senza, di quelli con. E quando qualcuno indossa addirittura quelle da calcio, le divide col fratello. Davvero, non sto scherzando: Adlaberto, bimbetto di 9 anni, indossa solo la scarpa destra da calcio, il piede sinistro rimane scoperto, solo con la calza. Inizialmente non riesco bene a capire, tra me penso anche che sia scomodo, poco funzionale, poi durante un esercizio il mio occhio cade sulla stessa scarpa, ma sinistra, ai piedi di un altro bimbo, Joao, 11 enne. Metto insieme i pezzi: la scarpa è la stessa, se la sono divisa. Per conferma chiedo al mio quasi omonimo, che conferma. Lui è destro, il fratello è mancino, la scarpa è grande per entrambi, ma...chi se ne frega! è una "splendida" nike tiempo blu, col baffo bianco, coi tacchetti e la linguetta col velcro in punta, per fissarla sul collo del piede. Un po' usata, a mio avviso, ma pur sempre una scarpa vera. 
In un altro caso, invece, la scarpa viene tolta, salvaguardata: è troppo bella per essere usata, per prendere a calcio un pallone e magari rovinarla. E così prima dell'inizio dell'esercitazione il bimbo di fronte a me se la toglie e la lascia fuori dal campo di gioco. Anche in questo caso la mia limitata mente non mi permette di capire bene il perché del gesto, ma in seguito, questa volta senza dover ricorrere alla domanda diretta al bambino, riesco a unire i puntini e capire. Per lo meno, però, i protagonisti di queste due storielle avevano le calze, che almeno un po' proteggevano il piede dal bollore del terreno sintetico e soprattutto da quei maledetti pallini neri che colonizzano ogni centimetro quadrato di questo vecchio, vecchissimo stadio nazionale 12 de julho. Ma le bimbe no! Nessuna delle bimbe in campo con noi oggi indossa scarpe, ma cacchio, nemmeno le calze! Che male. Infatti ogni pausa, ogni momento disponibile, eccole correre a versarsi dell'acqua, la poca acqua a disposizione, sui piedi in fiamme e sofferenti. Madonnina che stoiche. 
E poi con la mente volo a casa...si, esattamente in quel posto dove le mie figlie ne hanno tre di paia di scarpe, pur avendo anche loro solo due piedi. O dove io ho un paio di scarpe per andare a lavoro, uno per correre, uno per andare in montagna a camminare, uno per giocare a calcio...e mi vergogno profondamente, mi sento profondamente in colpa. Non ho abbastanza scarpe con me per coprire tutti questi piedi neri che mi circondano, non ho abbastanza calze per alleviare il loro dolore durante il gioco, ma cazzarola vorrei riuscire a far qualcosa in più. Eppure...eppure loro giocano, ridono, corrono, tiran delle mine con quei piedi nudi! Nulla li, o le, ferma. C'è un pallone da rincorrere, basta quello. Il resto non conta. Che forza incredibile quella sfera!

sabato 8 marzo 2025

Sao Tome e Principe

 Rieccoci! Finalmente si riparte, finalmente torno in missione...finalmente? Devo dire sinceramente che anche a casa son stato bene e il lungo periodo di pausa mi ha portato a riflettere su un sacco di cose legate alla mia vita e al mio stato di "viaggiatore compulsivo", ma...non è questo il luogo, ne' tanto meno il momento. Ora ciò che voglio fissare su questo foglio virtuale sono le prime impressioni maturate in me dopo lo sbarco su quest'isola. Ah già, ancora non ho detto dove mi trovo: Sao tome e Principe. Penso di non aver detto molto ai pochi lettori di questo blog. Sao tome è un arcipelago composto da circa 20 isole  che si trova a sud della Nigeria, poco sopra la linea dell'equatore, a ovest della Guinea Equatoriale; antico possedimento portoghese, ancora porta con se, mostra, i segni della dominazione: gli edifici, le strade, le chiese, tutto richiama lo stato lusitano. Guardandoti intorno, passeggiando, o correndo come ho fatto in questi giorni, per la capitale (sao tome, appunto. Fantasia portami via...) è difficile non pensare al Portogallo e per togliersi ogni dubbio...basta ascoltare la gente che parla. Con quella bellissima cantilena, con il loro "ne'" alla fine delle frasi, quasi fossero brianzoli, con la loro "s" quasi da gatto silvestro. Ricorda un sacco l'angolano, anche se mi parsa più chiusa, più veloce e complicata. Alcuni allenatori, i più anziani, ho fatto e sto facendo davvero fatica a capirli e devo ammettere che preferisco di gran lunga il portoghese brasiliano, soprattutto quello di Rio, pur ribadendo che questa è una lingua che mi piace molto. Lingua a parte, il resto su quest'isola è tutt'altro che bello. O meglio, è stato bello, almeno 100 anni fa, ma ora è fatiscente, cadente. Tutto, ma proprio tutto. Le strade hanno buche più simili a crateri, i marciapiedi son fatti di sassi e stanno tutti saltando, gli edifici...be', gli edifici cadono letteralmente a pezzi. Tutti gli edifici, anche quelli governativi: crepe, balconi con le balaustre rotte, grondaie divelte, imposte di legno gonfie per via dell'umidità, o spezzate. Davvero, tutto ciò che mi circonda avrebbe bisogno per lo meno di una riverniciata, ma al momento, girando per la città e guardandomi un po' intorno, non credo sia questa una priorità: la povertà è evidente per le strade, sbirciando appena al di la della strada. Bambini in pantaloncini...e basta, null'altro addosso, la maggior parte delle persone a piedi nudi, adulti evidentemente alterati dall'alcool a qualsiasi ora, barcollanti anch'essi in pantaloncini, banchetti improvvisati che vendono ogni qualsiasi genere di prodotto, dalle cuffie (quelle che ti danno in aereo! Vendono anche quelle) alle ciabatte singole (davvero, una sola ciabatta, senza la compagna. Ma chi cacchio se la prende???), fino alle cinesate più assurde, capitate su quest'isola chissà come, chissà da dove. Una situazione piuttosto decadente mi ha accolto e quando mi hanno accompagnato al campo per l'allenamento previsto, arrivato fuori dalle mura di cinta dello "stadio", mi aspettavo di incontrare un terreno di gioco in linea con tutto il resto, invece...varcato il cancello (arrugginito e cigolante, ca va sans dire), si palesa davanti ai miei occhi una perla nel deserto! Un campo a 11 in sintetico di ultima generazione perfetto, scintillante, morbido e curatissimo. Per ora. Una sorpresa incredibile. Intorno alberi, cespugli, plastica e lattine, bambini e adulti che ciondolano aspettando il trascorrere della giornata, ma appena dentro la rete di recinzione un campo da calcio vero, bellissimo. Che contraddizione. Che bellissima contraddizione. Già, forse avrebbero bisogno di altro, magari il campo perfetto non è ciò di cui maggiormente necessitano, ma la passione per il calcio qui sfiora livelli di devozione, tutti giocano, tutti buttano dietro quella palla problemi, pensieri, preoccupazioni, tutti, ma proprio tutti, mettono il calcio in cima alle proprie priorità. Addirittura in tre ragazzi mendicanti, per strada, fermandomi, non mi han chiesto soldi o qualcosa da mangiare, ma mi han chiesto "uma bola", un pallone, per giocare, lasciandomi di stucco. Cacchio, queste si che sono priorità!