Se al me sedicenne avessero detto che un giorno, da grande, mi sarei trovato a Tokyo, in un locale...local al 100%, da solo, per mangiare cose scelte per via delle fotografie mostrate da una cameriera che non solo non parla inglese, ma nemmeno nessuna altra lingua presente su questo globo, se non il giapponese (per me un po' ostico...), non solo non ci avrei creduto, ma avrei messo in dubbio la possibile realizzazione di un tale, assurdo, scenario. Se in più avessero aggiunto che esattamente sei giorni prima, sarei stato a Orlando, Florida, per un congresso con 80 allenatori statunitensi, proveniendo da precedenti congressi in new mexico e Georgia...be', avrei riso fortemente. No way. Ho anche paura dell'aereo. Come cazzo vuoi che voli dalla mia bella Monza, verso quei posti sconosciuti? Naaa, no way. E infatti... eccomi qui. Dopo una incredibile 10 giorni negli states, in tre stati, con circa 240 allenatori coinvolti, 10 giorni intensissimi, ma allo stesso tempo bellissimi, di grande crescita e confronto e che hanno confermato in me alcuni pensieri circa il soccer in questo lato del mondo (ossia che non prenderà mai piede definitivamente. A loro piace lo show, l'intrattenimento. Il calcio non è intrattenimento. è bello, bellissimo, ma richiede un minimo di attenzione, di partecipazione, di coinvolgimento. Nel paese a stelle e strisce gli sport sono il contorno agli spettacoli, agli show, che arricchiscono, o riempiono, ogni attimo di pausa, ogni momento in cui i giocatori non sono direttamente coinvolti. E il calcio non è così. A fine primo tempo, allo stadio, mi alzo in piedi, e come me tutti gli altri, e parlo dell'andamento della gara con mio fratello, da sempre presenza fissa con me allo stadio, o con altre persone, a volte anche sconosciute, vicine di posto, ma non mi metto a seguire la mascotte che lancia le magliette, le cheerleaders che ballano e fanno numeri da circo, o i gruppi di suonatori di tamburo. Così come non mi alzo in piedi durante la partita per andare a prendermi un hot dog, perdendomi 10/15 minuti di gara, per un salsicciotto fosforescente e patatine iper salate. Ma qui è così, questa è l'idea di sport allo stadio e il soccer non si presta a questo modellamento...forse. money talks, cantavano gli in.si.dia), eccomi ora a Tokyo, inaspettatamente, per tre giorni pieni, pienissimi. Inaspettatamente perché non avrei dovuto esserci, avevo declinato, per stare, dopo dieci giorni, concentrato sulle altre mie attività, ma un problema all'altro allenatore mi ha catapultato dall'altra parte del globo per una missione super concentrata. Partenza dall'Italia la mattina del mercoledì, arrivo con volo diretto a toky il giovedì mattina, delegato della federazione in aeroporto, trasferimento al centro tecnico, tra l'altro bellissimo, seppur molto semplice, umile, senza grossi proclami (se si pensa che nel campo accanto al "mio" un asilo vicino stava facendo la sua ora di motoria. Immaginatevelo a Coverciano uno scenario simile...), giornata piena fino alle 17 circa, trasferimento, finalmente, in hotel, corsetta sul lungo mare, e cena solitaria, con riflessioni che hanno aperto questo diario. Insomma, non un minuto perso. Ora svengo nel letto, perché domani il programma sarà lo stesso, aeroporto escluso
Sui campi del mondo
venerdì 13 marzo 2026
venerdì 31 ottobre 2025
Venezuela 2025
A volte ritornano...Nemmeno ricordo da quanto tempo non scrivo su questo blog. Che pirla che sono. perché mi convinco attraverso mille scuse di non aver tempo, di non aver nulla da scrivere (forse questa cosa è vera), di non aver voglia, ma poi mi rendo conto di aver perso un'altra occasione, di aver perso un altro momento che potevo fermare su questo foglio virtuale, perché se penso di poterlo affidare alla sola mia memoria...
Va be', adesso ci sono, ho riaperto queste pagine. Dall'ultima volta son trascorsi non so quanti altri viaggi e non so quanti altri bambini allenati e allenatori incontrati. E dall'ultima volta non so nemmeno più quante cose nella mia vita son cambiate, perché da quando ho lasciato inter le novità, fin qui per lo più positive, si sono susseguite a ritmo vertiginoso. L'ultima è sicuramente il mio nuovo incarico al calcio monza, ma...non è questo il momento. Ora vorrei tornare qui, dove mi trovo ora, a Caracas, per provare a fissare le emozioni di questi giorni.
Dopo 7, forse 8 anni torno nella capitale venezuelana, questa volta con un altro marchio addosso, ma sempre con lo stesso entusiasmo, la stessa curiosità, e il paese, le persone, mi ricambiano come sempre han fatto: carinissime, aperte, gentili e super accoglienti. I 60 allenatori della federazione, nonostante il mio itagnolo, han dimostrato giorno dopo giorno di comprendere e soprattutto apprezzare ciò che sto condividendo con loro e oggi, durante il festival, è stato bello vederli sul campo muoversi con destrezza e guidare con capacità i vari gruppi di bambini che mettevo loro a disposizione. Hanno una sensibilità "cubana" verso l'educazione, verso l'insegnamento, per cui viene loro abbastanza naturale entrare in sintonia coi bambini e guidarli con sensibilità nel corso della seduta. Dico sensibilità cubana, perché vedo in loro tante affinità con gli allenatori dell'isola caraibica, dal modo di rapportarsi con i giocatori, all'amore per la parola (la lotta più difficile da vincere, qui e a cuba, è proprio fare in modo che durante la seduta riducano al massimo i tempi di "discussione"), dall'inclinazione alla battuta, alla risata, alla preparazione di alto livello per quanto riguarda lo sport...per lo meno teoricamente. Si perchè poi in campo han lasciato piuttosto a desiderare, quando li ho coinvolti come "bambini" nel corso della formazione, ma gli interventi, le domande, anche le riflessioni, si son rivelate sempre intelligenti, pertinenti e puntuali. Esattamente come mi è sempre successo a Cuba, esattamente come mi è sempre successo da queste parti quando capitavo con Inter campus.
E il caso ha voluto che oggi per la giornata finale la federazione venezuelana di calcio abbia deciso di portarci nel municipio sucre, nel barrio del Petare, esattamente lo stesso barrio dove giocavo ai tempi neroazzurri. Un caso, ma come diceva dylan dog, le casualità non avvengono mai per caso: mi piace credere che ci sia un master of puppets che ci lanci dei segnali, che non sempre siamo in grado di cogliere, per farci vedere, capire, che tutto è scritto, segnato, governato. Noi possiamo cogliere questi segnali e leggere il disegno più grande che c'è sopra di noi, per noi, oppure ignorare il tutto e procedere come se nulla sia. In fin dei conti non è che mi cambi la vita allenare ancora al petare, piuttosto che in un altro municipio, ma mi piace credere che non sia stato un caso. E anche "l'intorno" richiamava in me le esperienze passate: le case che circondano il campo, la gente che entra e esce, la musica, la confusione...ordinata. è stato bello, è stato divertente. Ora però mi domando perché non ho voluto chiamare, sentire, i miei vecchi compagni di avventura di caracas, mario berdugo su tutti. Ho il suo numero, potevo coinvolgerlo, ma a differenze degli altri paesi inter campus dove son tornato con fifa, non ho voluto sentirli, chiamarli, coinvolgerli. Non so spiegarmi il perché, ma ogni volta che mi son messo a scrivere un messaggio a Mario...poi l'ho cancellato. E ora non so dire "peccato" oppure "hai fatto bene". Al momento solo: è andata così. Ci penserò...