Ashgabat, la
città bianca
…o la città del
marmo, essendo per decreto costruita tutta di marmo bianco: tutti gli edifici
della città, infatti, devono essere per lo meno ricoperti di marmo bianco, così
come tutte le innumerevoli statue, gli onnipresenti e giganteschi monumenti, gli
stadi, addirittura le fermate del bus (tutte chiuse e con aria condizionata…) e
i sottopassaggi pedonali, o stradali che siano.
O la città
bianca, un po’ per via del decreto di cui sopra, un po’ perché tutti i mezzi di
trasporto della città devono essere bianchi. Nessuno spazio per irragionevoli auto
rosse, o nere. Il massimo consentito, ma solo negli ultimi anni, è un
trasgressivissimo grigio chiarissimo, fratello stretto del bianco, che appare
su qualche, sporadica e ribelle, auto della città.
O la città dei
record, perché da queste parti si fanno le cose in grande, grandissimo e se non
si compare sul libro dei guinness non si conta nulla. E così abbiamo viso la
bandiera più grande del mondo, il monumento rappresentante una stella più
grande al mondo, la cupola della Moschea più grande, ca va sans dire, dell’intero
pianeta. E cos’altro? Ah si, il monumento equestre più grande del pianeta. Perché
anche coi cavalli qui hanno una speciale fissa: ovunque statue, marmi (e cos’altro),
quadri, siepi, che rappresentano l’amico equino. Lo stadio nazionale olimpico è
sormontato da un’enorme (indovina? Geniale, si: la più grande al mondo) statua
rappresentante il muso di un cavallo. Ma enorme davvero! Lo stadio è qualcosa
di incredibile. Marmo come negli antichi palazzi romani e questa enorme testa che
sormonta il tutto: impressionante.
O anche la città
del mangiare! Perché in tre giorni tra pranzi e cene ho mangiato come se fosse
sempre Natale. Bene, per carità, sempre benissimo, loro gentilissimi e super
ospitali, super amichevoli, ma un po’ ossessionati dal cibo e dall’ospitalità. Mi
è successo spesso in questa zona del mondo: anche in Uzbekistan, in Tajikistan,
in Kyrgjizistan, insomma un po’ in tutti gli stan stati: gentili a tal punto da
rompere il cazzo. Ti rapiscono, non sei libero di decidere di farti gli affari
tuoi un’ora, e tutte le volte una guerra per ritagliarmi il tempo per correre,
per allenarmi. Perché se rifiuti una loro offerta, proposta, è come se gli
mancassi di rispetto, ci rimangono malissimo e tutte le volte faccio grande
fatica a dribblare le loro proposte. Questa volta, l’ultima sera, mi sono
imposto: grazie ragazzi, tutto bellissimo, ma questa notte abbiamo l’aereo per
curacao e io voglio prima correre per bene e poi farmi lo zaino e lavorare
dignitosamente, senza dover far tutto di corsa per andare a mangiare. Mi
spiace, ma io salto. Un po’ tristemente e dopo vari tentativi di mediazioni, mi
hanno lasciato fare, ma non è stato semplice.
Ora sono in
aereo, da questa mattina alle 3…ho le chiappe quadrate, ma conto di
sopravvivere ancora per le prossime cinque ore di calvario, prima di toccar
terra in curacao e aprire un nuovo capitolo, completamente diverso, in una zona
del mondo non solo sita dall’altra parte della sfera terrestre, ma anche
culturalmente su “un altro pianeta”, seppur unita, come tutto il resto del
mondo, dalla stessa, sfrenata passione per quell’oggetto magico di cuoio che
rotola e che tutti noi ci divertiamo a colpire, chi con sapienza, chi grezzamente,
da quando siamo nati. Vediamo qui come lo trattano: speriamo un po’ meglio dei
Turkmeni…