martedì 15 settembre 2026
lunedì 14 settembre 2026
UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti”
e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo
gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una
bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un
fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va
in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo
da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un
sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona
delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di……………..,
forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più
di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto
frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello
della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente
mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come
se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo
momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione,
dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando
sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del
pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante
la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India
o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede
così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che
la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al
suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi
a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di
credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar
loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura,
non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il
contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso
verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante
Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi
fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi
un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries”
(turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il
mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le
volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi
del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione
di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere
sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per
carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti”
e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo
gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una
bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un
fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va
in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo
da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un
sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona
delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di……………..,
forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più
di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto
frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello
della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente
mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come
se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo
momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione,
dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando
sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del
pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante
la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India
o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede
così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che
la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al
suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi
a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di
credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar
loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura,
non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il
contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso
verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante
Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi
fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi
un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries”
(turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il
mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le
volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi
del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione
di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere
sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per
carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
sabato 12 settembre 2026
Pakistan
Silvia prima che partissi mi ha detto che mi immaginava come Lilli Gruber ogni volta che associava il mio viaggio alla capitale del Pakistan, Islamabad. Non so dire perché, ma anche nella mia mente salta subito alla mente l'immagine della giornalista di la7 pensandomi in questo lato di mondo e ancora una volta penso che se al me 18enne avessero detto che un giorno mi sarei ritrovato in questo posto, avrei preso il mio interlocutore come un povero pazzo. Invece...invece eccomi qui, in questo posto che tutti, , per lo meno nella mia cerchia di persone, me compreso, immaginano come polveroso, decadente, chiuso e ostile all'occidentale e che si presenta, fin dal mio atterraggio, l'esatto contrario. Tutte le persone incontrate hanno avuto per me grande cura, attenzione, gesti di accoglienza che stupidamente non mi aspettavo. L'esempio più bello è quello di un uomo incrociato per strada durante la mia corsa di esplorazione del primo giorno, vedendomi perso (stavo cercando un parco vicino all'hotel ove far girare le gambe, ma più che strade, camion, moto non riuscivo a trovare), senza che chiedessi nulla (e quando mai) e comprendendo perfettamente quale fosse il mio obiettivo, in un inglese stentato, ma efficace, mi ha assistito indicandomi un parco poco distante da dove mi stavo dirigendo. Parco...se penso a dove corro normalmente il sostantivo mi suona alquanto inadeguato, considerando che il perimetro era di 400 mt, ma piutost che nigot. E dentro di me, mentre sorridendo ringraziavo il signore barbuto, in abito tradizionale, pensavo alla stessa situazione, ma ribaltata, ossia lui perso a milano e la possibile reazione della gente intorno a lui: non riesco a immaginarmi altro se non indifferenza, diffidenza, assoluta assenza di umanità. Ma forse esagero. In ogni caso qui mi son sentito accolto e soprattutto al sicuro, mai in una situazione di pericolo. E la città è anche meno caotica di quanto immaginassi e verde, estremamente verde: piena di parchi, con le montagne alle spalle che incombono, ben lontana dall'immagine distorta che avevo. Certo, tutti quelli con cui ho parlato mi han detto che Islamabad non rappresenta bene il Pakistan: troppo ordinata e pulita, posh è stato il termine più utilizzato per descriverla e per differenziarla da Lahore o da qualsiasi altra città del Paese, descritte come più pure, autentiche e con segni della tradizione, della storia di questo immenso e popolosissimo lato di mondo. Non sapevo neanche questa cosa: il Pakistan è il quinto paese più popolato al mondo, con oltre il 60% della popolazione di età inferiore ai 20 anni, età media della popolazione 21 anni! E si parla di circa duecento sessanta milioni di persone totale, quindi un buon 130 milioni di persone sotto i vent'anni. Un numero incredibile. E per questo il presidente della federazione calcio ci parlava di una occasione unica da cogliere per loro il lancio del progetto; un'occasione unica per lanciare ufficialmente il calcio "regolamentato", dopo dieci anni di sospensione da parte della FIFA e quindi dieci anni di immobilismo, dieci anni senza nessuna possibilità di far qualcosa in forma ufficiale, senza corsi, senza fondi, senza assistenza. Eppure il calcio funziona, è lo sport più praticato dai giovani, anche se non "ufficialmente", ossia circoscritto alla strada, senza alcuna regolamentazione, alcun torneo, non esiste nemmeno la lega, il campionato locale. Tutto è lasciato all'improvvisazione, all'iniziativa delle singole entità regionali, che organizzano in maniera autonoma, oserei dire privata, tornei, competizioni localmente, ma senza registrare alcun giocatore, senza tener traccia di nulla. Per cui, conti alla mano, il calcio non esiste in Pakistan; il cricket regna sovrano, stando ai dati, alle statistiche. Ma girando per la città ti accorgi che la realtà è differente. Siamo stati invitati a vedere una partita che poteva essere un Ascot Triante- Oratorio di San Giuseppe se consideriamo il livello tecnico, qualitativo delle squadre, ma allo "stadio" intorno a noi c'era tantissima gente, c'erano i raccattapalle, la zona "vip" (un palchetto instabile dove ci hanno offerto dei biscotti secchi del supermarket vicino) e soprattutto un sacco di bambini intorno che giocavano a loro volta, che calciavano quella palla con la maglia dell'arsenal, del liverpool (le due più presenti) o del real e del barca (ahimè l'Italia non è più presente in giro per il mondo. Sempre più raro vedere bambini con la maglia di qualche squadra italiana). Insomma, un ambiente bellissimo, per quanto lo spettacolo non fosse proprio coinvolgente. E la stessa passione, la stessa fame di calcio, l'ho ritrovata quando a nostra volta son sceso in campo, prima con gli allenatori, poi con più di 120 bambini: livello non solo tecnico, ma motorio in generale bassissimo, ma una "gana" che avrei voluto rubar loro per instillarla in qualche presunto talentuoso ragazzotto del settore giovanile, con tutto e anche qualche cosa in più a sua disposizione, ma privo di fuoco passionale, di amore per quello che fa sul rettangolo verde. Una rabbia mi assale se penso a quanto tutto ciò che gira intorno al movimento calcistico giovanile abbia ormai annientato la passione, l'amore per il calcio nei ragazzi. E che invece qui è vivo e vegeto
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