sabato 12 settembre 2026

Pakistan

 Silvia prima che partissi mi ha detto che mi immaginava come Lilli Gruber ogni volta che associava il mio viaggio alla capitale del Pakistan, Islamabad. Non so dire perché, ma anche nella mia mente salta subito alla mente l'immagine della giornalista di la7 pensandomi in questo lato di mondo e ancora una volta penso che se al me 18enne avessero detto che un giorno mi sarei ritrovato in questo posto, avrei preso il mio interlocutore come un povero pazzo. Invece...invece eccomi qui, in questo posto che tutti, , per lo meno nella mia cerchia di persone, me compreso, immaginano come polveroso, decadente, chiuso e ostile all'occidentale e che si presenta, fin dal mio atterraggio, l'esatto contrario. Tutte le persone incontrate hanno avuto per me grande cura, attenzione, gesti di accoglienza che stupidamente non mi aspettavo. L'esempio più bello è quello di un uomo incrociato per strada durante la mia corsa di esplorazione del primo giorno, vedendomi perso (stavo cercando un parco vicino all'hotel ove far girare le gambe, ma più che strade, camion, moto non riuscivo a trovare), senza che chiedessi nulla (e quando mai) e comprendendo perfettamente quale fosse il mio obiettivo, in un inglese stentato, ma efficace, mi ha assistito indicandomi un parco poco distante da dove mi stavo dirigendo. Parco...se penso a dove corro normalmente il sostantivo mi suona alquanto inadeguato, considerando che il perimetro era di 400 mt, ma piutost che nigot. E dentro di me, mentre sorridendo ringraziavo il signore barbuto, in abito tradizionale, pensavo alla stessa situazione, ma ribaltata, ossia lui perso a milano e la possibile reazione della gente intorno a lui: non riesco a  immaginarmi altro se non indifferenza, diffidenza, assoluta assenza di umanità. Ma forse esagero. In ogni caso qui mi son sentito accolto e soprattutto al sicuro, mai in una situazione di pericolo. E la città è anche meno caotica di quanto immaginassi e verde, estremamente verde: piena di parchi, con le montagne alle spalle che incombono, ben lontana dall'immagine distorta che avevo. Certo, tutti quelli con cui ho parlato mi han detto che Islamabad non rappresenta bene il Pakistan: troppo ordinata e pulita, posh è stato il termine più utilizzato per descriverla e per differenziarla da Lahore o da qualsiasi altra città del Paese, descritte come più pure, autentiche e con segni della tradizione, della storia di questo immenso e popolosissimo lato di mondo. Non sapevo neanche questa cosa: il Pakistan è il quinto paese più popolato al mondo, con oltre il 60% della popolazione di età inferiore ai 20 anni, età media della popolazione 21 anni! E si parla di circa duecento sessanta milioni di persone totale, quindi un buon 130 milioni di persone sotto i vent'anni. Un numero incredibile. E per questo il presidente della federazione calcio ci parlava di una occasione unica da cogliere per loro il lancio del progetto; un'occasione unica per lanciare ufficialmente il calcio "regolamentato", dopo dieci anni di sospensione da parte della FIFA e quindi dieci anni di immobilismo, dieci anni senza nessuna possibilità di far qualcosa in forma ufficiale, senza corsi, senza fondi, senza assistenza. Eppure il calcio funziona, è lo sport più praticato dai giovani, anche se non "ufficialmente", ossia circoscritto alla strada, senza alcuna regolamentazione, alcun torneo, non esiste nemmeno la lega, il campionato locale. Tutto è lasciato all'improvvisazione, all'iniziativa delle singole entità regionali, che organizzano in maniera autonoma, oserei dire privata, tornei, competizioni localmente, ma senza registrare alcun giocatore, senza tener traccia di nulla. Per cui, conti alla mano, il calcio non esiste in Pakistan; il cricket regna sovrano, stando ai dati, alle statistiche. Ma girando per la città ti accorgi che la realtà è differente. Siamo stati invitati a vedere una partita che poteva essere un Ascot Triante- Oratorio di San Giuseppe se consideriamo il livello tecnico, qualitativo delle squadre, ma allo "stadio" intorno a noi c'era tantissima gente, c'erano i raccattapalle, la zona "vip" (un palchetto instabile dove ci hanno offerto dei biscotti secchi del supermarket vicino) e soprattutto un sacco di bambini intorno che giocavano a loro volta, che calciavano quella palla con la maglia dell'arsenal, del liverpool (le due più presenti) o del real e del barca (ahimè l'Italia non è più presente in giro per il mondo. Sempre più raro vedere bambini con la maglia di qualche squadra italiana). Insomma, un ambiente bellissimo, per quanto lo spettacolo non fosse proprio coinvolgente. E la stessa passione, la stessa fame di calcio, l'ho ritrovata quando a nostra volta son sceso in campo, prima con gli allenatori, poi con più di 120 bambini: livello non solo tecnico, ma motorio in generale bassissimo, ma una "gana" che avrei voluto rubar loro per instillarla in qualche presunto talentuoso ragazzotto del settore giovanile, con tutto e anche qualche cosa in più a sua disposizione, ma privo di fuoco passionale, di amore per quello che fa sul rettangolo verde. Una rabbia mi assale se penso a quanto tutto ciò che gira intorno al movimento calcistico giovanile abbia ormai annientato la passione, l'amore per il calcio nei ragazzi. E che invece qui è vivo e vegeto