UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti”
e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo
gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una
bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un
fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va
in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo
da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un
sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona
delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di……………..,
forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più
di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto
frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello
della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente
mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come
se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo
momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione,
dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando
sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del
pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante
la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India
o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede
così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che
la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al
suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi
a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di
credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar
loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura,
non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il
contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso
verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante
Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi
fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi
un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries”
(turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il
mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le
volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi
del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione
di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere
sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per
carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti”
e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo
gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una
bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un
fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va
in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo
da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un
sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona
delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di……………..,
forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più
di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto
frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello
della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente
mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come
se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo
momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione,
dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando
sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del
pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante
la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India
o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede
così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che
la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al
suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi
a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di
credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar
loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura,
non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il
contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso
verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante
Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi
fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi
un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries”
(turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il
mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le
volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi
del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione
di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere
sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per
carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
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