lunedì 14 settembre 2026

UN PICCOLO ASSAGGIO

Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti” e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di…………….., forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione, dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura, non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries” (turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.
UN PICCOLO ASSAGGIO
Finito allenamento pomeridiano, salutiamo di corsa i nostri “atleti” e ci fiondiamo in macchina con Omer, DT della federazione, un ragazzo gentilissimo, molto dedicato al suo lavoro, orgoglioso del suo paese, con una bella mente aperta, priva di pregiudizi e estremismi religiosi, pur essendo un fedele praticante. Ancora una volta l’immagine distorta che mi ero costruito va in frantumi rispetto alla realtà. Unica pecca: il suo inglese è difficilissimo da capire! Parla benissimo, ma l’accento vicino a quello indiano mi confonde un sacco. Anyway…dicevo. Saltiamo in macchina con lui e percorriamo tutta la zona delle ambasciate e dei ministeri per dirigerci verso la grande moschea di…………….., forse l’attrazione principale di questa capitale costruita sulla carta non più di cinquant’anni fa. Un luogo di culto per la megalopoli, sempre molto frequentato dai fedeli, soprattutto in un orario come questo, ossia quello della preghiera del tramonto, e che, nonostante io non sia propriamente mussulmano e quindi, sempre nella mia testa, non ammettibile, mi accoglie come se nulla fosse. Riusciamo anche ad entrare, ad assistere dall’alto a questo momento per me sempre coinvolgente, “mistico”, a prescindere dalla religione, dal culto professato. Mi sento sempre molto coinvolto quando vedo, quando sento, la fede, qualunque essa sia: mi è capitato a Gerusalemme, al muro del pianto, o quando mi han fatto entrare nella mosche della roccia con Max durante la preghiera delle donne, o quando sono entrato in quel tempio induista in India o in Cambogia in quello buddista. O quando riesco ad andare a Messa: la fede così vissuta mi colpisce sempre. In questo caso tutte queste persone (dicono che la Moschea possa accogliere 120mila fedeli in preghiera contemporaneamente al suo interno) che si flettono all’unisono sul tappetone rosse pur dicendo frasi a me incomprensibili, mi trasmettono la loro devozione, il loro bisogno di credere, di “aggrapparsi” a qualcosa, a qualcuno sopra di loro, in grado di dar loro un conforto, una via, una speranza. Per quanto la moschea in se, l’architettura, non sia nulla di speciale, rimango comunque colpito positivamente da tutto il contesto. Anche dalle scimmie che girano indisturbate nei giardini circostanti.
Conclusa la visita si risale in macchina, puntando il muso verso la montagna: si sale, si scala, in macchina, la montagna retrostante Islamabad per raggiungere un punto di vista diverso della città e per poi fermarci a mangiare in un ristorante bellissimo con vista. Già, mangiare. Quasi un’ossessione anche qui. Dico anche perché in tutti gli “stan countries” (turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan…) dove son stato il mangiare sembra sia una ossessione. Il mangiare carne, poi. Una guerra tutte le volte. Persa sempre inesorabilmente in tutte le mie esperienze su questi campi del mondo. E così anche questa volta per sopravvivere ho concentrato l’assunzione di cibi al solo evento serale, così da riuscire a capitalizzare e a non soccombere sotto i colpi di miliardi di proteine e grassi, per lo più animali. Buono, per carità, buonissimo tutto, ma…anche meno.

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