sabato 18 aprile 2026

Da est a ovest

 Penso che nessuno mai abbia fatto il nostro stesso itinerario: Ashgabat- Istanbul - Amsterdam e infine Curacao. Tutto in un colpo, in 22 ore di aereo. Ma nemmeno Vasco da Gama...Da un mondo a un altro in una giornata. Dalla città bianca, monocolore, alle case tipiche dell'isola caraibica, tipiche nella forma, con la struttura olandese, e di diversi colori pastello: dal giallo al viola, dal verde all'azzurro, dal rosso al rosa. Un'esplosione di colori, in netto contrasto con la città dove mi trovavo...ieri. 
A ben vedere non son solo i colori a evidenziarmi le differenze tra i due campi del mondo: l'isola dove ora mi trovo ha una storia intensa, seppur circoscritta all'epoca coloniale, al periodo della schiavitù e dei domini europei in questo lato di mondo (consiglio sempre "il mare d'oro" per approfondire questo momento storico); contesa da spagnoli, francesi e poi olandesi, tutt'ora "possessori" di questo piccolo paradiso posto di fronte al Venezuela, i vari invasori che hanno sottomesso la popolazione indigena, hanno reso multiculturale il paese, dove ora la gente parla olandese, inglese, spagnolo e papiamento, la lingua locale. Un misto di portoghese (chissà perché), spagnolo, con qualche parola inglese: bellissima da ascoltare, abbastanza semplice da comprendere e coinvolgente da udire, con la sua cantilena portoghese e le sue note latine. 

Ma le differenze non si fermano qui: i nostri allenatori qui sono un gran misto, non più tutti figli della "grande madre russia", inquadrati e poco flessibili, inclini al cambiamento. Qui abbiamo olandesi, giovani fiamminghi, cubani emigrati, colombiani e qualche autentico local. Insomma, un divertente mix per il quale non sei mai sufficientemente preparato, per quanto provi sempre a studiare il paese in anticipo, che però stimola sempre in me nuove strategie di adattamento, per rendere il contenuto del corso il più possibile "comprensibile" a tutti, a prescindere dal back ground culturale. E la cosa, soprattutto in zona caraibica, è sempre anche abbastanza semplice da mettere in campo: la gente è tranquilla, serena, pacata, a loro volta disposte ad adattarsi, ad adeguarsi, a mettersi a disposizione, incline, con calma, con estrema calma, a venirti incontro. Quindi si ride, ci si prende in giro, in aula si crea un clima disteso, allegro, seppur mantenendo tutti sul pezzo, sentendo il loro coinvolgimento, la loro volontà di apprendere, di conoscere, di migliorare. Volontà che ha avuto una grande spinta dalla qualificazione della nazionale al mondiale (si, curacao andrà al mondiale e noi no...), che ha portato ora il calcio al centro degli interessi della nazione, che ha portato tutti gli allenatori, gli educatori dell'isola a cercare, volere, inseguire nuove opportunità formative, per contribuire alla crescita del movimento calcistico. Insomma, un bellissimo ambiente sia umano che lavorativo. Ma, onestamente, son poche, pochissime, le esperienze negative in questi anni di pellegrinaggio calcistico. Solo in Italia abbiamo rotture di coglioni quotidiane...e nemmeno andiamo al Mondiale!

giovedì 16 aprile 2026

Turkemistan

Ashgabat, la città bianca
…o la città del marmo, essendo per decreto costruita tutta di marmo bianco: tutti gli edifici della città, infatti, devono essere per lo meno ricoperti di marmo bianco, così come tutte le innumerevoli statue, gli onnipresenti e giganteschi monumenti, gli stadi, addirittura le fermate del bus (tutte chiuse e con aria condizionata…) e i sottopassaggi pedonali, o stradali che siano.
O la città bianca, un po’ per via del decreto di cui sopra, un po’ perché tutti i mezzi di trasporto della città devono essere bianchi. Nessuno spazio per irragionevoli auto rosse, o nere. Il massimo consentito, ma solo negli ultimi anni, è un trasgressivissimo grigio chiarissimo, fratello stretto del bianco, che appare su qualche, sporadica e ribelle, auto della città.
O la città dei record, perché da queste parti si fanno le cose in grande, grandissimo e se non si compare sul libro dei guinness non si conta nulla. E così abbiamo viso la bandiera più grande del mondo, il monumento rappresentante una stella più grande al mondo, la cupola della Moschea più grande, ca va sans dire, dell’intero pianeta. E cos’altro? Ah si, il monumento equestre più grande del pianeta. Perché anche coi cavalli qui hanno una speciale fissa: ovunque statue, marmi (e cos’altro), quadri, siepi, che rappresentano l’amico equino. Lo stadio nazionale olimpico è sormontato da un’enorme (indovina? Geniale, si: la più grande al mondo) statua rappresentante il muso di un cavallo. Ma enorme davvero! Lo stadio è qualcosa di incredibile. Marmo come negli antichi palazzi romani e questa enorme testa che sormonta il tutto: impressionante.
O anche la città del mangiare! Perché in tre giorni tra pranzi e cene ho mangiato come se fosse sempre Natale. Bene, per carità, sempre benissimo, loro gentilissimi e super ospitali, super amichevoli, ma un po’ ossessionati dal cibo e dall’ospitalità. Mi è successo spesso in questa zona del mondo: anche in Uzbekistan, in Tajikistan, in Kyrgjizistan, insomma un po’ in tutti gli stan stati: gentili a tal punto da rompere il cazzo. Ti rapiscono, non sei libero di decidere di farti gli affari tuoi un’ora, e tutte le volte una guerra per ritagliarmi il tempo per correre, per allenarmi. Perché se rifiuti una loro offerta, proposta, è come se gli mancassi di rispetto, ci rimangono malissimo e tutte le volte faccio grande fatica a dribblare le loro proposte. Questa volta, l’ultima sera, mi sono imposto: grazie ragazzi, tutto bellissimo, ma questa notte abbiamo l’aereo per curacao e io voglio prima correre per bene e poi farmi lo zaino e lavorare dignitosamente, senza dover far tutto di corsa per andare a mangiare. Mi spiace, ma io salto. Un po’ tristemente e dopo vari tentativi di mediazioni, mi hanno lasciato fare, ma non è stato semplice.
Ora sono in aereo, da questa mattina alle 3…ho le chiappe quadrate, ma conto di sopravvivere ancora per le prossime cinque ore di calvario, prima di toccar terra in curacao e aprire un nuovo capitolo, completamente diverso, in una zona del mondo non solo sita dall’altra parte della sfera terrestre, ma anche culturalmente su “un altro pianeta”, seppur unita, come tutto il resto del mondo, dalla stessa, sfrenata passione per quell’oggetto magico di cuoio che rotola e che tutti noi ci divertiamo a colpire, chi con sapienza, chi grezzamente, da quando siamo nati. Vediamo qui come lo trattano: speriamo un po’ meglio dei Turkmeni…

venerdì 13 marzo 2026

USA, Giappone, saltando Cipro...per ovvi motivi

  Se al me sedicenne avessero detto che un giorno, da grande, mi sarei trovato a Tokyo, in un locale...local al 100%, da solo, per mangiare cose scelte per via delle fotografie mostrate da una cameriera che non solo non parla inglese, ma nemmeno nessuna altra lingua presente su questo globo, se non il giapponese (per me un po' ostico...), non solo non ci avrei creduto, ma avrei messo in dubbio la possibile realizzazione di un tale, assurdo, scenario. Se in più avessero aggiunto che esattamente sei giorni prima, sarei stato a Orlando, Florida, per un congresso con 80 allenatori statunitensi, proveniendo da precedenti congressi in new mexico e Georgia...be', avrei riso fortemente. No way. Ho anche paura dell'aereo. Come cazzo vuoi che voli dalla mia bella Monza, verso quei posti sconosciuti? Naaa, no way. E infatti... eccomi qui. Dopo una incredibile 10 giorni negli states, in tre stati, con circa 240 allenatori coinvolti, 10 giorni intensissimi, ma allo stesso tempo bellissimi, di grande crescita e confronto e che hanno confermato in me alcuni pensieri circa il soccer in questo lato del mondo (ossia che non prenderà mai piede definitivamente. A loro piace lo show, l'intrattenimento. Il calcio non è intrattenimento. è bello, bellissimo, ma richiede un minimo di attenzione, di partecipazione, di coinvolgimento. Nel paese a stelle e strisce gli sport sono il contorno agli spettacoli, agli show, che arricchiscono, o riempiono, ogni attimo di pausa, ogni momento in cui i giocatori non sono direttamente coinvolti. E il calcio non è così. A fine primo tempo, allo stadio, mi alzo in piedi, e come me tutti gli altri, e parlo dell'andamento della gara con mio fratello, da sempre presenza fissa con me allo stadio, o con altre persone, a volte anche sconosciute, vicine di posto, ma non mi metto a seguire la mascotte che lancia le magliette, le cheerleaders che ballano e fanno numeri da circo, o i gruppi di suonatori di tamburo. Così come non mi alzo in piedi durante la partita per andare a prendermi un hot dog, perdendomi 10/15 minuti di gara, per un salsicciotto fosforescente e patatine iper salate. Ma qui è così, questa è l'idea di sport allo stadio e il soccer non si presta a questo modellamento...forse. money talks, cantavano gli in.si.dia), eccomi ora a Tokyo, inaspettatamente, per tre giorni pieni, pienissimi. Inaspettatamente perché non avrei dovuto esserci, avevo declinato, per stare, dopo dieci giorni, concentrato sulle altre mie attività, ma un problema all'altro allenatore mi ha catapultato dall'altra parte del globo per una missione super concentrata. Partenza dall'Italia la mattina del mercoledì, arrivo con volo diretto a toky il giovedì mattina, delegato della federazione in aeroporto, trasferimento al centro tecnico, tra l'altro bellissimo, seppur molto semplice, umile, senza grossi proclami (se si pensa che nel campo accanto al "mio" un asilo vicino stava facendo la sua ora di motoria. Immaginatevelo a Coverciano uno scenario simile...), giornata piena fino alle 17 circa, trasferimento, finalmente, in hotel, corsetta sul lungo mare, e cena solitaria, con riflessioni che hanno aperto questo diario. Insomma, non un minuto perso. Ora svengo nel letto, perché domani il programma sarà lo stesso, aeroporto escluso