venerdì 13 marzo 2026

USA, Giappone, saltando Cipro...per ovvi motivi

  Se al me sedicenne avessero detto che un giorno, da grande, mi sarei trovato a Tokyo, in un locale...local al 100%, da solo, per mangiare cose scelte per via delle fotografie mostrate da una cameriera che non solo non parla inglese, ma nemmeno nessuna altra lingua presente su questo globo, se non il giapponese (per me un po' ostico...), non solo non ci avrei creduto, ma avrei messo in dubbio la possibile realizzazione di un tale, assurdo, scenario. Se in più avessero aggiunto che esattamente sei giorni prima, sarei stato a Orlando, Florida, per un congresso con 80 allenatori statunitensi, proveniendo da precedenti congressi in new mexico e Georgia...be', avrei riso fortemente. No way. Ho anche paura dell'aereo. Come cazzo vuoi che voli dalla mia bella Monza, verso quei posti sconosciuti? Naaa, no way. E infatti... eccomi qui. Dopo una incredibile 10 giorni negli states, in tre stati, con circa 240 allenatori coinvolti, 10 giorni intensissimi, ma allo stesso tempo bellissimi, di grande crescita e confronto e che hanno confermato in me alcuni pensieri circa il soccer in questo lato del mondo (ossia che non prenderà mai piede definitivamente. A loro piace lo show, l'intrattenimento. Il calcio non è intrattenimento. è bello, bellissimo, ma richiede un minimo di attenzione, di partecipazione, di coinvolgimento. Nel paese a stelle e strisce gli sport sono il contorno agli spettacoli, agli show, che arricchiscono, o riempiono, ogni attimo di pausa, ogni momento in cui i giocatori non sono direttamente coinvolti. E il calcio non è così. A fine primo tempo, allo stadio, mi alzo in piedi, e come me tutti gli altri, e parlo dell'andamento della gara con mio fratello, da sempre presenza fissa con me allo stadio, o con altre persone, a volte anche sconosciute, vicine di posto, ma non mi metto a seguire la mascotte che lancia le magliette, le cheerleaders che ballano e fanno numeri da circo, o i gruppi di suonatori di tamburo. Così come non mi alzo in piedi durante la partita per andare a prendermi un hot dog, perdendomi 10/15 minuti di gara, per un salsicciotto fosforescente e patatine iper salate. Ma qui è così, questa è l'idea di sport allo stadio e il soccer non si presta a questo modellamento...forse. money talks, cantavano gli in.si.dia), eccomi ora a Tokyo, inaspettatamente, per tre giorni pieni, pienissimi. Inaspettatamente perché non avrei dovuto esserci, avevo declinato, per stare, dopo dieci giorni, concentrato sulle altre mie attività, ma un problema all'altro allenatore mi ha catapultato dall'altra parte del globo per una missione super concentrata. Partenza dall'Italia la mattina del mercoledì, arrivo con volo diretto a toky il giovedì mattina, delegato della federazione in aeroporto, trasferimento al centro tecnico, tra l'altro bellissimo, seppur molto semplice, umile, senza grossi proclami (se si pensa che nel campo accanto al "mio" un asilo vicino stava facendo la sua ora di motoria. Immaginatevelo a Coverciano uno scenario simile...), giornata piena fino alle 17 circa, trasferimento, finalmente, in hotel, corsetta sul lungo mare, e cena solitaria, con riflessioni che hanno aperto questo diario. Insomma, non un minuto perso. Ora svengo nel letto, perché domani il programma sarà lo stesso, aeroporto escluso